Dopo solo un anno di matrimonio, la giovane Esty (Shira Haas), ormai stanca della rigida vita coniugale imposta alle donne di fede chassidica, a cui è persino vietato cantare o ascoltare musica, decide di fuggire in Germania, per andare alla ricerca della madre (Alex Reid), allontanata dalla comunità parecchi anni prima.

Nazione: Germania
Anno: 2020
Episodi: 4
Piattaforma: Netflix
Genere: Drammatico
Regia: Maria Schrader
Attori: Shira Haas, Jeff Wilbusch, Amit Rahav, Langston Uibel

La domanda che emerge in maniera prepotente da una serie come Unorthodox è una sola: come è possibile che nel mondo esistano comunità dove in nome di assurde regole religiose gli individui – e le donne in particolare – vengono privati di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta? Molti di noi pensano che gli integralismi nascano solo in aree del mondo dove i tassi di povertà e di ignoranza della popolazione sono tali, da rendere le persone facili prede di leader fanatici capaci di trasformare la religione nell’unica forma di riscatto possibile. Eppure, la bella miniserie di Anna Winger e Alexa Karolinski (tratta molto liberamente dall’autobiografia di Deborah Feldman) è ambientata a Williamsburg, un quartiere di Brooklyn a New York. Quindi, perché le donne come Esty che si ribellano a condizioni così umilianti sono solo una ristrettissima minoranza? Qualcuno potrebbe rispondere che queste donne non hanno accesso a internet, che non gli è permesso uscire fuori dal quartiere dove abitano, che, molto semplicemente, trascorrono la loro esistenza sempre a contatto di altre persone che vivono le stesse privazioni, convinte che sia la cosa giusta da fare. Ma è davvero così? Unorthodox non risponde a queste domande, si limita a mostrare un mondo alieno per la maggior parte di noi, lasciando allo spettatore la possibilità di arrivare alle sue conclusioni. Certo, è evidente il messaggio di condanna verso una comunità che costringe le donne a non essere molto più che delle macchine sforna figli (“per compensare i sei milioni di ebrei morti durante l’Olocausto” è l’allucinante giustificazione a cui persino Esty sembra credere), o la stigmatizzazione di uomini devoti ai precetti chassidici solo all’interno della comunità, ma pronti a trasgredire non appena se ne presenta l’occasione, consapevoli che nessuno gliene renderà conto. Tuttavia, nei numerosi flashback che interrompono la vicenda principale, le folkloristiche tradizioni e il singolare abbigliamento dei seguaci di questa versione ultra-ortodossa dell’ebraismo ci viene offerta in maniera piuttosto neutra, come una sorta di rappresentazione semi-documentaristica a carattere antropologico. La fiction vera e propria viene riservata alla narrazione in tempo reale, dove tutte le contraddizioni appaiono in maniera molto più netta. Difficile, per esempio, riuscire a non empatizzare con la minuta protagonista, la giovane attrice israeliana Shira Haas. Nelle espressioni del suo volto è possibile leggere con chiarezza ogni sentimento di Esty, il personaggio che interpreta: il suo smarrimento di fronte a cose comunissime per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, ma totalmente sconosciute a quelle come lei, il suo senso di liberazione quando entra nelle acque del lago, abbandonando definitivamente quella parrucca che rappresenta il simbolo della sua prigionia, oppure la sua determinazione a non volere tornare più indietro, anche a costo di far soffrire il povero marito Yanky (lo sconosciuto, ma bravo Amit Rahav), che, in fin dei conti, è il solo a rimetterci veramente (pur essendo l’unico responsabile dei suoi mali, vista la sua assoluta incapacità nell’andare oltre la cieca osservanza dei precetti della comunità, se non quando è ormai troppo tardi). Per il resto, la miniserie ci offre la possibilità di vedere all’opera tanti, sorprendenti, attori israeliani o ebreo-americani, così lontani dalla ribalta mediatica da rendere un’impresa ardua persino il semplice reperimento di qualche informazione riguardante la loro biografia. Uno dei più noti, oltre alla protagonista, è Jeff Wilbusch, che interpreta con professionalità il brutale Moishe, forse il personaggio più scomodo, essendo la rappresentazione della profonda ipocrisia degli uomini di fede chassidica.

La regia della tedesca Maria Schrader (più nota in patria come attrice che per le sue poche opere dietro la macchina da presa) procede solida e spedita fino all’obiettivo, senza perdersi in orpelli vari, sostanzialmente inutili in una storia di questo tipo. Solo nell’esibizione finale della protagonista cede un po’ al melodramma, ma se non l’avesse fatto, la sua direzione sarebbe stata probabilmente accusata di freddezza eccessiva.

Presentata da Netflix come la prima produzione della piattaforma dove la lingua principale è lo yiddish (forse gli strateghi del marketing dell’azienda californiana avrebbero potuto trovare una motivazione ben più valida per promuovere la miniserie!), Unorthodox sta godendo di un successo alquanto insperato in Italia. Evidentemente, l’isolamento forzato, ha costretto gli utenti a cercare qualcosa di più interessante del trito e ritrito ripetersi dei cliché delle serie più note. Essa, comunque, testimonia l’estrema varietà del catalogo del colosso americano, capace ormai di offrire tanti blockbuster fracassoni, ma anche moltissime opere di qualità: basta guardare alla pioggia di nomination ricevute dai suoi film all’ultima edizione degli Oscar per rendersene conto.

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