Negli anni Cinquanta, il camionista Frank Sheeran (Robert De Niro) finisce nei guai con la giustizia e viene difeso dall’avvocato William Bufalino (Ray Romano). Successivamente, quest’ultimo lo fa entrare in contatto con suo cugino Russell (Joe Pesci), boss della famiglia mafiosa Bufalino, per il quale Frank comincia a eseguire diversi lavori, compresi alcuni omicidi. Dopo qualche tempo, Russell presenta Frank a Jimmy Hoffa (Al Pacino), leader e fondatore della International Brotherhood of Teamsters, potente sindacato degli autotrasportatori, di cui diventa collaboratore e amico.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2019
Durata: 209 min
Genere: Drammatico, gangster
Piattaforma: Netflix
Regia: Martin Scorsese
Attori: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano
Voto Filmantropo:

Negli anni Cinquanta, il camionista Frank Sheeran (Robert De Niro) finisce nei guai con la giustizia e viene difeso dall’avvocato William Bufalino (Ray Romano). Successivamente, quest’ultimo lo fa entrare in contatto con suo cugino Russell (Joe Pesci), boss della famiglia mafiosa Bufalino, per il quale Frank comincia a eseguire diversi lavori, compresi alcuni omicidi. Dopo qualche tempo, Russell presenta Frank a Jimmy Hoffa (Al Pacino), leader e fondatore della International Brotherhood of Teamsters, potente sindacato degli autotrasportatori, di cui diventa collaboratore e amico.

La prima cosa che viene da chiedersi dopo aver visto The Irishman è come sia possibile che un film del genere non sia riuscito a trovare spazio nei cinema (se non per pochissimi giorni e in un numero ridotto di sale). Il problema non è solo di natura economica, ma, soprattutto, culturale. Se uno studio cinematografico come la Paramount si lascia intimorire da un budget da 160 milioni di dollari (in gran parte utilizzati per gli effetti speciali necessari a ringiovanire i protagonisti della pellicola) quando in campo abbiamo nomi come Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, oltre a una sceneggiatura di ferro (che Steven Zaillian, già premio Oscar per Schindler’s List, ha ricavato dal saggio I Heard You Paint Houses, un titolo che vi sarà chiaro solo guardando il film), che parla dei rapporti reali tra criminalità e politica, e, naturalmente, un grandissimo regista (l’appena citato Scorsese), che ha fatto delle pellicole sulla mafia italo-americana il caposaldo della sua carriera, allora significa che è davvero terminata un’epoca. Non basta dire che è colpa della strabordante offerta delle tante piattaforme streaming (che non accenna minimamente a diminuire), ma, piuttosto, che il pubblico di oggi non considera più film di questo livello un evento a cui non si può mancare. E il pensiero che a salvare la pellicola dall’oblio ci abbia pensato proprio Netflix suona quasi ironico, soprattutto considerando che stiamo parlando, senza tema di smentita, di uno dei tre film più importanti dell’anno. Non solo per il cast da brividi, che quando è di questo livello (oltre a De Niro, Pacino e Pesci, vanno citati almeno Harvey Keitel, sebbene presente solo per pochissimi minuti, e grandi caratteristi come Bobby Cannavale e Stephen Graham), potrebbe addirittura ingenerare negli spettatori delle aspettative così alte, da arrivare a scontentare i più esigenti tra di essi (non è questo il caso, comunque, visto l’impegno messo in campo anche dall’ultima delle comparse), ma per ogni aspetto della pellicola, dove nulla appare fuori posto (solo il finale ci è sembrato un po’ lungo, anche se capiamo l’intenzione di Scorsese di far percepire al pubblico l’estrema solitudine vissuta dal protagonista, negli anni della sua vecchiaia).

Tessere le lodi di De Niro e Pacino potrebbe risultare persino superfluo, e, forse proprio per questo motivo, dei tre protagonisti, quello che, alla fine, ci ha entusiasmato di più è stato, sorprendentemente, Joe Pesci: l’attore italo-americano, infatti, dopo aver annunciato il suo ritiro nel 1999, negli anni seguenti si è limitato a delle piccole e sporadiche comparsate. Tuttavia, dato che il talento è qualcosa che, evidentemente, non si dimentica invecchiando, ecco che, non riuscendo a dire di no all’unico regista che sia mai riuscito a valorizzarlo, è tornato in campo a tutti gli effetti, sfoderando una performance memorabile e completamente agli antipodi rispetto al classico personaggio del bulletto a cui eravamo soliti associarlo. Ma, a parte il giusto riconoscimento delle capacità di Pesci, è veramente possibile non dire due parole anche su Pacino? Per permettergli di deliziarci ancora una volta con il suo talento istrionico, non si poteva, probabilmente, trovare un personaggio più adatto da impersonare del carismatico Jimmy Hoffa. Tanto Pesci è misurato, così Pacino è straripante e senza freni. Non si contano le scene da antologia che lo vedono protagonista, anche se quella che più ci è rimasta nel cuore vede il leader sindacale mantenere lo sguardo fieramente rivolto verso i mafiosi, che stanno complottando contro di lui, mentre è in corso un pranzo di gala (non era sicuramente nelle intenzioni dell’attore, ma ci piace credere che l’orgoglio che traspare nei suoi occhi sia quasi un segno di sfida verso la nuova generazione, che ancora non ha prodotto un interprete del suo livello). Manca ancora Robert De Niro da prendere in esame, che, dei tre, è l’unico che, in qualche passaggio, è apparso un po’ sottotono (si badi bene, però, in una competizione fittizia dove ha virtualmente gareggiato con due attori che non potranno essere ignorati dall’Academy nella prossima corsa agli Oscar): forse il suo personaggio richiedeva un atteggiamento di quel tipo, ma il suo Frank Sheeran ci è sembrato troppo dimesso, esageratamente passivo, inspiegabilmente in secondo piano. Un comportamento probabilmente voluto da Scorsese, per accrescere il contrasto con le sue imprese da killer freddo e infallibile. De Niro, però, ci ha abituati a ben altro e, quindi, quella che per attori comuni sarebbe considerata una performance di alto livello, con lui diventa quasi semplice routine. 

Ci sarebbe ancora molto altro da dire sul cast, ma, in questo modo, rischieremmo di dover ridurre al minimo le nostre considerazioni sulla direzione di Scorsese. E sarebbe davvero un peccato, perché con The Irishman, il regista newyorkese ha probabilmente realizzato il suo testamento artistico. Non solo si è circondato di quasi tutti i suoi attori feticcio (all’appello manca solo Leonardo Di Caprio), ma ha chiuso in maniera superba il suo personale discorso sulla criminalità organizzata negli USA. Tutto nel film funziona a meraviglia, non c’è un’inquadratura fuori posto, le musiche si sposano alla perfezione con le immagini, la direzione degli attori è magistrale e i virtuosismi della macchina da presa illuminano una pellicola che è puro cinema scorsesiano dal primo all’ultimo frame. E in questa sorta di celebrazione della sua arte non potevano essere esclusi quei mafiosi spietati, ma umanissimi (con vizi e atteggiamenti così enfatizzati, da renderli, a volte, delle macchiette), la cui caratterizzazione ha fatto ormai scuola nel cinema, o più in generale nella fiction, made in USA, tanto da essere presa a modello per opere acclamate come i Soprano o, più di recente, Boardwalk Empire.

Se qualcuno temeva che il maestro italo-americano avesse iniziato la sua parabola discendente, magari anche perché indispettito dalle sue recenti e discutibili affermazioni sui cinecomics, dovrà sicuramente ricredersi: Scorsese è più in forma che mai, e i prossimi progetti, già confermati, “Killers of the Flower Moon” e “Il Diavolo e la Città Bianca”, si preannunciano, fin da ora, imperdibili.

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