Negli anni Cinquanta, due coraggiosi imprenditori afroamericani, Bernard Garrett (Anthony Mackie) e Joe Morris (Samuel L. Jackson) riescono ad avere successo nel mercato immobiliare della California, aggirando astutamente i limiti imposti dai pregiudizi razziali dell’epoca.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Durata: 120 min
Genere: Drammatico
Regia: George Nolfi
Attori: Samuel L. Jackson, Anthony Mackie, Nicholas Hoult, Nia Long

Diciamo subito che vedere Anthony Mackie e Samuel L. Jackson in panni diversi da quelli di Falcon e Nick Fury, all’inizio potrebbe lasciare gli spettatori un po’ disorientati, soprattutto i più giovani, ormai abituati a ritrovare i due attori solo all’interno di qualche film del Marvel Cinematic Universe. Eppure, è proprio quello che succede in The Banker, film rilasciato da poco su AppleTV+, che, come il titolo lascia intuire, narra una vicenda che con i supereroi non c’entra proprio nulla. Ma, anche senza gli sgargianti costumi dei loro alter ego fumettistici, i due protagonisti se la cavano benissimo, anzi, possiamo tranquillamente affermare che sono uno dei principali punti di forza della pellicola. D’altra parte, non c’era certo bisogno di questo film per scoprire quanto Samuel L. Jackson fosse bravo come attore, piuttosto è Anthony Mackie a regalarci una performance del tutto inaspettata (soprattutto dopo averlo visto come opaco protagonista della mediocre seconda stagione di Altered Carbon, da poco disponibile su Netflix). Il quarantaduenne attore americano, infatti, riesce a calarsi perfettamente nella parte di Bernard Garrett, un giovane aspirante imprenditore, determinato a farsi strada negli USA degli anni Cinquanta, un periodo in cui ogni aspetto della società era largamente dominato dai bianchi e dove la discriminazione nei confronti delle persone di colore era ancora la norma (anche negli stati dove non esisteva una vera e propria segregazione razziale). Mackie è molto bravo a dipingere il suo personaggio come un uomo sicuro di sé e della sua intelligenza, per nulla intimorito dagli enormi ostacoli da superare. Jackson, invece, rappresenta l’opposto: l’afroamericano cinico e disincantato, che è riuscito a ritagliarsi una posizione di successo, e proprio per questo è timoroso di fare il passo più lungo della gamba. Il suo Joe Morris non vive nell’illusione di dimostrare di cosa è capace la gente di colore, preferisce passare il tempo in leggerezza, a godersi i piccoli piaceri della vita. In altre parole, il personaggio ideale per Jackson, sempre pronto a mettere in mostra il suo talento istrionico. Ma, superate le inevitabili diffidenze iniziali, tra i due protagonisti si crea un’alchimia perfetta, e Mackie e Jackson sembrano quasi divertirsi a interpretare questa improbabile coppia di avventurieri della finanza, coinvolgendo a tal punto lo spettatore, da fargli dimenticare, a volte, il tema ben più serio che la pellicola vorrebbe portare all’attenzione del pubblico. Non bisogna dimenticare, infatti, che il film nasce per far riflettere gli americani, anche se in maniera un po’ farsesca, su una delle tante contraddizioni che hanno accompagnato la storia del loro paese: gli Stati Uniti, effettivamente, continuano a propagandare nel mondo il loro modello democratico, ma non sembrano per nulla interessati a fare i conti con le ombre del proprio passato. Da molti anni, tuttavia, il cinema hollywoodiano si è assunto l’onere di agire da coscienza nazionale, prima riabilitando la figura dei nativi americani e più di recente (di pari passo con la crescente influenza degli afroamericani in ogni settore della società) cercando di non far dimenticare la vergogna della schiavitù, o il razzismo istituzionalizzato, durato fino agli anni Sessanta. Sappiamo da tempo, però, che vedere film del genere in sala è diventato sempre più difficile, con le major interessate a produrre solo pochi blockbuster dall’incasso sicuro. Ben vengano, quindi, le piattaforme streaming a colmare questo vuoto e ci fa piacere che anche Apple si sia unita a Netflix e Amazon nel portare avanti le insegne del cinema impegnato. La pellicola, tra l’altro, sarebbe dovuta servire all’azienda di Cupertino per rilanciare l’immagine del proprio servizio di entertainment, messo un po’ in ombra, al momento della sua piena operatività, dal quasi contemporaneo arrivo di Disney+. Ma, a causa delle accuse di molestie sessuali che hanno colpito Bernard Garrett Jr., uno dei produttori dell’opera (nella pellicola è il bambino che si intravede in qualche scena), il film, inizialmente previsto per dicembre, è stato poi rimandato alla fine di marzo.

Prima di chiudere, due parole su George Nolfi, il regista della pellicola, per la terza volta dietro la macchina da presa dopo i non proprio entusiasmanti risultati de I guardiani del destino e Bruce Lee – La grande sfida. La sua direzione è molto scolastica e senza grandi invenzioni visive (d’altra parte, l’argomento del film si prestava poco a possibili sperimentazioni registiche), ma l’autore americano è molto bravo nella conduzione degli attori, oltreché particolarmente abile a imprimere alla pellicola un buon ritmo, nonostante i continui riferimenti a operazioni bancarie un po’ ostiche da capire per i non addetti ai lavori. In effetti, dopo una breve introduzione dei personaggi, la trama prende, presto, la direzione di un tipico caper movie, con i due protagonisti (a cui va aggiunto anche un ottimo Nicholas Hoult) capaci di mettere a punto piani spregiudicati, conditi da elaborati preparativi e singolari travestimenti, che assicurano anche qualche momento di vera suspense. Questa piega degli eventi, però, non è per nulla casuale: per chi non lo sapesse, infatti, Nolfi è anche l’autore della sceneggiatura di Ocean’s Twelve.

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