Nel 2399, diversi anni dopo la distruzione del pianeta Romulus, Jean-Luc Picard (Patrick Stewart), in aperto contrasto con la Federazione, si è ritirato nella sua tenuta vinicola in Francia. Ancora amareggiato per la morte del Comandante Data (Brent Spiner), un giorno viene raggiunto dalla misteriosa Dahj (Isa Briones) in fuga da un gruppo di agenti romulani intenzionati a ucciderla.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 10
Piattaforma: Amazon Prime Video
Genere: Fantascienza, drammatico, azione
Creata da: Akiva Goldsman, Michael Chabon, Kirsten Beyer, Alex Kurtzman
Attori: Patrick Stewart, Isa Briones, Alison Pill, Santiago Cabrera, Michelle Hurd

È così alla fine Patrick Stewart ha ceduto alle lusinghe di Alex Kurtzman (ormai, a tutti gli effetti, il deus ex machina di tutti i nuovi progetti legati all’universo di Star Trek) e Akiva Goldsman e ha accettato di rivestire i panni di Jean-Luc Picard, dopo aver dichiarato di non volere più interpretare il personaggio, alla fine delle riprese di Star Trek: Nemesis (ultimo film del franchise prima del reboot del 2009 di J.J. Abrams). Nel frattempo, però, alla CBS non sono rimasti con le mani in mano, riuscendo a concretizzare il progetto di Star Trek Discovery e ricevendo per questo il plauso di gran parte dei fan, soprattutto per la decisione di mettere a capo dell’operazione un team di veri “trekker”, che, fin da subito, hanno trattato la storia dei personaggi con il rispetto necessario, anche quando si è trattato di utilizzare autentiche icone dell’immaginario creato da Gene Roddenberry, come Spock. Eppure, con questo nuovo Star Trek: Picard, l’emittente americana è riuscita ad andare persino oltre, mostrando anche una buona dose di sfacciataggine, quando ha deciso non solo di includere nella trama alcuni personaggi storici della serie, ma, addirittura, di coinvolgere gli attori che quei personaggi li avevano interpretati parecchi anni fa. Ecco, quindi, oltre a Stewart, anche Brent Spiner (Data), Jonathan Frakes (William Riker), Marina Sirtis (Deanna Troi) e, persino, Jeri Ryan nelle vesti di Sette di Nove. Naturalmente, giocare la carta dell’effetto nostalgia, sarebbe servito a ben poco, soprattutto con gli spettatori più giovani, se alla base dell’operazione non ci fosse stato qualcosa di più concreto, a partire, ovviamente, dalla storia da raccontare, che sebbene peschi ancora a piene mani nella mitologia trekkiana, lo fa con uno stile che segue alla lettera le regole imposte dalla serialità contemporanea. Non più, quindi, una vicenda diversa per ogni episodio, ma una trama a lungo respiro che viene portata avanti per tutta la stagione. D’altra parte, questa strategia aveva già funzionato molto bene con Star Trek Discovery, perché non riproporla anche in questa nuova serie? Ma, tornando alla mitologia trekkiana: il modo in cui Kurtzman e Goldsman (senza dimenticare Michael Chabon, che si è unito entusiasticamente alla già nutrita comitiva di autori, sceneggiando diversi episodi) riescono ad amalgamare elementi classici (la Tal Shiar romulana, i Borg, gli esseri sintetici del Dott. Soong) con altri totalmente nuovi (la misteriosa Zhat Wash, l’ordine guerriero Qowat Milat) è davvero sorprendente, tanto da rendere trascurabili le piccole forzature rispetto al materiale originale, che, alla fine, risulta quasi un semplice starting point, pronto a espandersi in direzioni del tutto nuove. Insomma, un riuscito rinnovamento realizzato da veri appassionati, capace di accontentare sia il pubblico storico che nuovi spettatori decisi ad avventurarsi per la prima volta in questo affascinante universo narrativo.

Per quanto riguarda il cast, inutile provare a esaltare, per l’ennesima volta, la bravura di Patrick Stewart, meglio sottolineare, invece, come questo “giovanotto” di quasi ottant’anni, che, per tanto tempo, ha calcato i palchi teatrali inglesi interpretando vari personaggi shakespeariani, si diverta ancora a prestare il suo volto a un’icona pop come Jean-Luc Picard, quasi con lo stesso entusiasmo di chi ha appena cominciato una nuova esperienza lavorativa. Gli altri attori principali, invece, meritano sicuramente qualche parola in più. A parte il giovane Evan Evagora, che interpreta il guerriero romulano Elnor, un personaggio dalle grandi potenzialità, che, purtroppo, rimangono in gran parte inespresse in questa prima stagione, tutti gli altri se la cavano in maniera egregia: dal cileno Santiago Cabrera, nelle vesti del tormentato e ribelle Capitano Chris Rios, fino a Isa Briones, assolutamente credibile nel modo in cui riesce a differenziare, pur con piccole sfumature, i tre personaggi che impersona nei vari episodi. Da citare, inoltre, le buone performance della canadese Alison Pill (l’ingenua, ma determinata Agnes Jurati) e di Michelle Hurd (la ruvida, ma spesso fragile, Raffi Musiker), senza dimenticare, naturalmente, il cast di supporto, dove spiccano Harry Treadaway e Peyton List (i due agenti romulani Narek e Narissa). Infine, menzione speciale per Jeri Ryan, che nel gruppo dei “veterani”, è, a parte Stewart, quella che riesce a ritagliarsi lo spazio maggiore: Sette di Nove era uno dei personaggi più riusciti di Star Trek: Voyager, ma l’attrice americana, in questi nuovi episodi, riesce a darne una versione persino più affascinante.

Tutto bene, quindi? Beh, se proprio dobbiamo trovare il pelo nell’uovo, avremmo preferito che gli autori mostrassero un po’ più di coraggio. Infatti, sebbene si notino dei passi in avanti rispetto alle serie classiche (come già visto anche nelle due stagioni di Discovery), l’impostazione di base sembra essere rimasta ancora legata a una visione ingenua della fantascienza, sicuramente più che accettabile negli anni Sessanta e, forse, anche negli anni Ottanta e Novanta (epoca del primo revival, con Next Generation), ma ormai del tutto anacronistica al giorno d’oggi. In altre parole, avremmo voluto vedere un maggior approfondimento su temi scomodi come l’intolleranza razziale, le ferite morali e psicologiche che la guerra porta con sé, i lati oscuri del progresso scientifico. Probabilmente però, stiamo chiedendo troppo: Star Trek è sempre stata una serie con molte chiavi di lettura, in modo che potesse raggiungere la più ampia fascia di pubblico possibile. Rendere troppo esplicite alcune tematiche, o ridurre eccessivamente i passaggi più leggeri, farebbe perdere allo show quelle caratteristiche che in più di cinquant’anni gli hanno permesso di mantenere quasi inalterata la sua popolarità.

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