Durante i festeggiamenti per il suo quarantesimo compleanno, Félix Gallardo (Diego Luna) decide di riunire tutti gli affiliati della Federazione, per impressionare i rappresentanti del cartello di Cali, ancora in forte ritardo con i pagamenti per il trasporto della loro cocaina in territorio messicano. L’inizio dell’Operazione Leyenda, tuttavia, intrapresa dalla DEA come ritorsione per l’assassinio dell’agente Camarena, ha messo Félix in una posizione di debolezza. 

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 10

Piattaforma: Netflix
Genere: Drammatico, commedia
Creata da: Jonathan Entwistle
Attori: Michael Peña, Diego Luna, Alyssa Diaz, Matt Letscher

Nonostante l’ottimo lavoro fatto con le tre stagioni ambientate in Colombia, l’inizio un po’ incerto di Narcos: Messico stava per farci pensare che il periodo d’oro della serie stesse volgendo al termine. Ma, una volta digerito il cambio di location e quello dei protagonisti, ecco che l’abilità narrativa del trio Carlo Bernard, Chris Brancato e Doug Miro non ha tardato a manifestarsi. Una qualità più che confermata con gli episodi di questa seconda stagione, il cui unico, vero difetto è probabilmente quello di durare troppo poco, tanto che analizzare i pregi della serie non risulta neppure così complicato. Innanzitutto, sebbene non si raggiungano mai i picchi di tensione che hanno reso la stagione dedicata al cartello di Cali una delle migliori in assoluto, lo scorrere degli eventi procede in maniera spedita, con un ritmo che non rallenta quasi mai, nonostante i parecchi momenti dedicati agli intrighi “politici” orchestrati da Félix (sia quelli effettivamente rivolti ai reali rappresentanti delle istituzioni, sia quelli necessari a mantenere l’armonia all’interno della federazione), che alla fine risultano non meno appassionanti delle vere e proprie sequenze action. Ogni mossa del leader del cartello di Guadalajara, infatti, è scandita da colpi di scena ben congegnati, abilmente legati tra di loro da continui cambi di prospettiva, che, spesso, vedono protagonisti altri personaggi, che solo apparentemente sembrano rivestire un ruolo secondario all’interno della vicenda. Con un processo narrativo di questo tipo, però, le concessioni alla fiction sono inevitabili, ma l’abilità di uno scrittore risiede proprio nel mantenere la credibilità dei personaggi, pur con qualche eccesso romanzesco. Come detto più volte, infatti, lo scopo ultimo di queste produzioni è sempre il puro intrattenimento, non la pedante ricostruzione documentaristica dei fatti di cronaca. E l’umanizzazione dei criminali, che è, sicuramente, l’aspetto della sceneggiatura dove la creatività degli autori risulta maggiormente determinante, se, da un lato, serve a catturare ancora di più l’attenzione del pubblico, dall’altro rappresenta un modo per rendere decisamente più realistico l’alternarsi degli eventi. Nonostante l’altissimo numero di personaggi, inoltre, sono molto pochi i membri del cast che offrono una prova sottotono: Diego Luna a parte (strepitoso nel dipingere il machiavellico protagonista e la sua insaziabile sete di potere), che è l’unico a godere di una certa notorietà presso il grande pubblico, sono le performance di tutti gli altri attori (praticamente sconosciuti da noi) ad averci veramente impressionato. Tra l’altro, la scelta intelligente di doppiare solo i personaggi che parlano in inglese (che aveva già pagato nelle stagioni precedenti), ci ha permesso di apprezzare ancora di più la recitazione dei vari interpreti latinoamericani. Da non trascurare neppure l’interpretazione di Scoot McNairy, molto bravo a rappresentare Walt Breslin come un agente della DEA tormentato dal suo passato, ma determinato a portare a termine la sua missione a tutti costi, senza curarsi della possibilità di far carriera o di acquisire notorietà (un bel passo in avanti rispetto alla mediocre interpretazione di Boyd Holbrook, nei panni dell’agente Murphy nelle prime due stagioni colombiane). L’ambientazione messicana, per di più, ha permesso di mettere in scena parte del folklore locale, utilizzato in maniera intelligente per alleggerire le parti più cupe dello show o come intermezzo tra i piani criminali di Gallardo e le azioni della task force della DEA. Tra l’altro, la ricostruzione di quel particolare momento storico ha anche consentito agli autori di fare luce sia sull’estrema corruzione dell’élite al potere a Città del Messico, che sull’ingiustificabile cinismo della CIA, pronta a stringere alleanze dissennate pur di contrastare l’avanzata del comunismo in America Latina. 

Infine, prima di concludere, ci preme sottolineare un ulteriore pregio dello show che, stranamente, in pochi hanno fatto notare: sebbene non manchino i criminali un po’ romantici, con i quali viene quasi spontaneo entrare in empatia (su tutti il Pablo Acosta del bravo Gerardo Taracena), difficilmente uno spettatore potrebbe arrivare a parteggiare per un personaggio come Félix Gallardo o credere di assistere a un’apologia del male (non era successo neppure con Pablo Escobar, di cui non sono stati nascosti né la crudeltà né gli eccessi sanguinari). Un conto è umanizzare i malviventi, un altro è farli apparire come dei benefattori. Insomma, una bella differenza rispetto ai serial di casa nostra, dove gli idoli del pubblico sono spietati assassini e dove, spesso, non si intravede neppure l’ombra di personaggi realmente positivi.

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