La piccola Beth Harmon (Isla Johnston), persa la madre (Chloe Pirrie) a soli nove anni, viene trasferita in un orfanotrofio, dove le bambine vengono tenute sotto controllo attraverso la somministrazione di pillole tranquillanti. Un giorno, Beth trova nel seminterrato il custode, il Sig. Shaibel (Bill Camp), intento a giocare a scacchi. Incuriosita, riesce a convincerlo a insegnare anche a lei le regole del gioco, del quale, sorprendentemente e in brevissimo tempo, diventerà un’autentica campionessa.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 7
Piattaforma: Netflix
Genere: Drammatico
Ideatore: Scott Frank, Allan Scott
Attori: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram,

Qualche spettatore un po’ distratto, magari non abituato a leggere i titoli di testa, potrebbe essere portato a pensare che la vicenda di Beth Harmon sia basata su avvenimenti reali. O meglio, sarebbe più corretto dire che a molti non dispiacerebbe che fosse davvero così. È innegabile, infatti, che il pubblico trovi più coinvolgente una storia vera, piuttosto che un racconto nato dall’immaginazione di uno scrittore o di uno sceneggiatore. Inoltre, le peripezie di un’orfanella che diventa un’imbattibile giocatrice di scacchi ricordano non poco scenari simili già visti negli adattamenti per il grande e per il piccolo schermo della vita di qualche persona famosa o fuori dall’ordinario, un soggetto da sempre al centro dell’attenzione di Hollywood e degli altri colossi dell’entertainment. In realtà, i presupposti per capire che la miniserie creata da Scott Frank e Allan Scott sia un’opera di fantasia (che i due autori hanno tratto dal romanzo The Queen’s Gambit di Walter Tevis, il cui titolo, a differenza della traduzione italiana, fa riferimento a una nota mossa scacchistica) abbondano fin dalle prime scene, a partire proprio dalla condizione di orfana della protagonista. È chiaro che la rappresentazione accurata dell’America degli anni Cinquanta, i forti richiami alla Guerra Fredda, nonché un argomento tutto sommato insolito per una fiction come gli scacchi potrebbero contribuire ad alimentare l’illusione di essere di fronte a eventi reali, ma già il rapporto che si crea a metà del primo episodio tra la piccola Beth (la bravissima Isla Johnston) e il burbero Sig. Shaibel, non dovrebbe più lasciare adito a dubbi. Anche perché, a volte, la storia assume quasi i tratti di una fiaba moderna, in particolare nel finale, quando una dose sovrabbondante di buoni sentimenti fa quasi deragliare la serie in una dimensione pseudo disneyana. Una strana inversione di marcia per una vicenda nel complesso perfettamente ancorata alla realtà e caratterizzata dall’assoluta mancanza di remore a mettere in scena suicidi, frustrazioni, stati depressivi, dipendenze da alcool o da farmaci (o da entrambi) e parecchi altri aspetti oscuri della vita delle persone. Questa natura duale della narrazione è, probabilmente, ripresa dal romanzo originale, a cui si deve sicuramente anche la caratterizzazione dei vari personaggi, tra cui quella della stessa protagonista, per la quale le condizioni disagevoli vissute nell’infanzia e nella prima giovinezza, il suo innato talento per gli scacchi (che si manifesta fin da bambina), l’adolescenza vissuta come una sorta di freak emarginato e il suo progressivo riscatto (che, come ogni genio che si rispetti, è comunque costellato da continue crisi autodistruttive), sono tutti elementi distintivi al limite dello stereotipo, ma, nello stesso tempo, necessari a rendere il personaggio accattivante. Una qualità innegabile, il cui merito va riconosciuto principalmente a Franck, regista e autore dei dialoghi di tutti gli episodi, che è stato capace di trasferire su schermo quanto di meglio poteva essere ricavato dalle pagine del libro (comprese le numerose partite a scacchi, inaspettatamente avvincenti) e sebbene finora la sua carriera dietro la macchina presa non sia stata segnata da tappe particolarmente significative (ben più nota è la sua attività di sceneggiatore: suoi sono gli script di Minority Report e Logan, per esempio), grazie anche al significativo contributo della costumista Gabriele Binder, che nella seconda metà della serie avvolge la protagonista in abiti irresistibilmente glamour, e alla fotografia carica di atmosfera di Steven Meizler, riesce a offrirci una messa in scena più che soddisfacente, solo di rado penalizzata da qualche passaggio a vuoto o troppo ripetitivo, e, soprattutto, una direzione degli attori molto efficace.

A proposito di questi ultimi, tolta Isla Johnston, di cui abbiamo già detto, e l’ottimo Bill Camp, che presta il volto al Sig. Shaibel, tutto il resto del cast è costituito da interpreti di primordine, benché non sia presente alcuna star capace di catalizzare l’attenzione del pubblico. A dispetto di ciò, bisogna tuttavia ammettere che, senza Anya Taylor-Joy, la serie avrebbe perso parecchio del suo fascino. Di recente abbiamo visto la giovane attrice americana non molto a suo agio nei panni di Illyana Rasputin nel deludente New Mutants, tanto da farci dubitare delle sue reali capacità, ma sono bastati pochi minuti come Beth Harmon, per farci immediatamente ricredere. A colpire è soprattutto la naturalezza con cui la Taylor-Joy riesce a trasferire su schermo l’evoluzione caratteriale ed esistenziale della protagonista, senza peraltro mancare di lasciar trasparire la sua permanente insicurezza e lo spaesamento quasi congenito ad accettare il suo ruolo nel mondo. Molti hanno voluto vedere nella parabola del personaggio un chiaro, ma a nostro avviso un po’ forzato, messaggio femminista, che sarebbe, invece, da ricercare nella figura della madre adottiva, la quale trova nel talento della figlia il modo di riscattare una vita scandita da dolorose rinunce, in qualche modo tutte correlate al suo matrimonio anonimo e infelice (un destino a cui, nell’America di provincia dell’epoca, in poche erano in grado di sfuggire). L’essere donna di Beth, infatti, viene sfruttato dagli autori semplicemente per rendere ancora più attraente il personaggio, in quanto un genio degli scacchi di sesso maschile non avrebbe di sicuro rappresentato un vero motivo di richiamo per il romanzo e, ancor di più, per la miniserie.

Per quanto disponibile in streaming già da diverse settimane, La regina degli scacchi è tuttora una delle hit di Netflix. Quasi uno smacco per chi, all’interno del colosso dello streaming, spinge per una serializzazione virtualmente infinita, di cui è già possibile vedere gli effetti negativi su produzioni di successo come La casa di carta, che da almeno un paio di stagioni non ha più nulla da dire. Ben vengano le varie Narcos e The Crown, la cui qualità, finora, non è mai scesa di livello, ma quando le idee latitano, meglio fermarsi e godere del successo di critica e pubblico. Un fattore più utile a rinsaldare la posizione predominante della piattaforma nel lungo periodo, rispetto a vuoti e controproducenti sfruttamenti commerciali nell’immediato.

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