Finn Wallace (Colm Meaney), il più potente boss criminale di Londra, viene ucciso da un giovane nomade gallese (Aled ap Steffan), ignaro di chi fosse realmente la sua vittima. Il comando dell’organizzazione passa al giovane Sean (Joe Cole), che non sembra in grado di gestire i clan che si spartiscono i traffici illeciti della città.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 9
Piattaforma: Sky Atlantic
Genere: Drammatico
Ideatore: Gareth Evans, Matt Flannery
Attori: Joe Cole, Sope Dirisu, Lucian Msamati, Michelle Fairley, Paapa Essiedu, Mark Lewis Jones

Accolta in patria da un notevole successo di pubblico, è giunta anche in Italia Gangs of London, una produzione anglo-americana capitanata dagli Sky Studios, inseribile a pieno titolo nel filone del crime drama, un genere considerevolmente cresciuto d’importanza negli ultimi anni, che, nonostante l’evidente sovrabbondanza dell’offerta, è stato in grado di produrre molte opere di alta qualità. E così dopo il nostrano Gomorra, o l’ottimo Peaky Blinders (senza dimenticare Narcos e i suoi epigoni, o il meno recente Boardwalk Empire), ecco arrivare anche una fiction dedicata alla malavita londinese. A guidare l’operazione, troviamo il talentuoso Gareth Edwards, autore gallese noto per alcuni film di arti marziali, che ha creato la serie in coppia con il direttore della fotografia Matt Flannery, occupandosi in prima persona anche della regia di diversi episodi. Terminata la visione, dobbiamo dire che, a dispetto di alcuni spunti interessanti e della bravura di gran parte del cast, l’entusiasmo degli spettatori d’oltremanica ci è sembrato quantomeno eccessivo. Innanzitutto, abbiamo trovato alcune scelte registiche difficilmente comprensibili. Per esempio, se è vero che con un curriculum come quello di Edwards, la presenza di passaggi puramente action era da mettere in conto, la quantità di adrenalina indotta nel pubblico è davvero esorbitante in un contesto che ha l’ambizione di rappresentare in maniera realistica la rivalità tra i diversi clan criminali della capitale britannica. Sono soprattutto gli scontri corpo a corpo ad averci lasciati perplessi, perché, oltre che di una violenza inaudita, cercano in maniera ossessiva la spettacolarizzazione, con il risultato di vedere alcuni dei protagonisti (e Sope Dirisu in particolare) trasformarsi in inarrestabili combattenti, neanche fossimo davanti all’ennesimo film con Jason Statham o a un nuovo capitolo di John Wick. Potremmo, poi, proseguire con la lista infinita di cliché a cui gli autori non sono riusciti a rinunciare (la famiglia criminale disfunzionale, gli agenti sotto copertura che non distinguono più cosa è bene da cosa è male, l’amore che nasce tra un rappresentante dei “buoni” e uno dei “cattivi”, il vecchio boss desideroso di cambiare vita), ma quello che abbiamo veramente fatto fatica a sopportare è il banalissimo finale, dove, colpi di scena a ripetizione (e assolutamente gratuiti) cercano di nascondere un imprevedibile epilogo amaro, determinato da oscuri burattinai dal potere illimitato. Un escamotage strabusato nelle produzioni anglofone, che in Gangs of London non avrebbe avuto nessuna ragione di esistere, se non per far virare la serie verso qualcosa di completamente diverso da quelle che parevano essere le premesse iniziali. Forse Edwards e soci si sono resi conto in corso d’opera che restare nei limiti del genere non era nelle loro corde, e hanno quindi usato lo sfondo malavitoso semplicemente per rendere la serie più affascinante, per poi premere l’acceleratore sugli aspetti della vicenda a loro più congeniali. In questo modo, però, hanno fatto passare in secondo piano le uniche idee veramente meritevoli ai nostri occhi, come l’impronta fortemente etnica delle varie gang in lotta, o le reali motivazioni dietro le efferate azioni criminali di alcuni dei protagonisti (ci riferiamo, in particolare, alla curda Lale, interpretata da un’intensa Narges Rashidi, uno dei personaggi più affascinanti della serie), oltre a non essere riusciti a valorizzare a sufficienza i tanti attori di ottimo livello ingaggiati dalla produzione, spesso costretti in ruoli non all’altezza delle loro capacità. Inutile citarli uno per uno, basti come esempio il nome di Joe Cole, che veste i panni di Sean Wallace, personaggio dipinto in maniera alquanto schizofrenica, visto il suo continuo passare da giovane boss impulsivo e impreparato a raccogliere l’eredità paterna, a brillante e cinico doppiogiochista, capace di nascondere le sue vere intenzioni anche a chi dovrebbe conoscerlo bene.

A ogni modo, bisogna ammettere che le scene di azione pura sono tecnicamente ineccepibili, così come non mancano la tensione e il ritmo. La serie, insomma, si lascia vedere e potrebbe anche soddisfare i palati meno raffinati. Ciò nonostante, il fatto che gli autori abbiano dato l’impressione di essere poco interessati alla coerenza narrativa, o addirittura siano sembrati inconsapevoli di aver trasformato il tutto in un’accozzaglia un po’ indigesta di tanti generi poco compatibili fra loro, non è una cosa su cui poter sorvolare. L’unica consolazione è che con quel rocambolesco finale, la già annunciata seconda stagione, che, Covid permettendo, dovrebbe arrivare sul piccolo schermo nel 2022, sarà qualcosa di completamente diverso e, forse, potrebbe anche riuscire nell’arduo compito di sorprenderci in positivo.

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