Nazione: Stati Uniti
Anno: 2018
Durata: 141 min
Genere: Avventura, fantastico
Regia: Damien Chazelle
Attori: Ryan Gosling, Claire Foy, Corey Stoll, Pablo Schreiber, Jason Clarke, Kyle Chandler
Voto Filmantropo:


 

 

Il film ripercorre le tappe che hanno portato Neil Armstrong (Ryan Gosling) a essere il primo uomo a mettere piede sulla Luna, dai primi anni Sessanta, segnati dalla morte della piccola Karen, fino al fatidico 20 luglio del 1969, come comandante dell’Apollo 11.

 

 

Chissà in quanti tra gli elettori di Trump avranno storto il naso di fronte a quanto raccontato nel nuovo film di Damien Chazelle. Già li immaginiamo a chiedersi: ma come? L’epopea dello sbarco sulla Luna, probabilmente la più grande impresa dell’uomo (e degli Stati Uniti in particolare), ridotta al desiderio di un padre di compiere qualcosa di eccezionale, pur di mostrarsi degno verso la povera figlioletta, che non è riuscito a salvare da un male incurabile? Eppure è questo che il regista americano porta sullo schermo. A Chazelle importa poco o nulla della retorica nazionalista di The Donald (che, scherzi a parte, ha davvero criticato il film, perché non fa vedere il momento in cui Neil Armstrong pianta la bandiera americana sul suolo lunare). Alle fanfare in festa, lui contrappone i funerali delle tante vittime del programma spaziale americano. Non è una storia di eroi quella di Chazelle, ma di martiri. Il trionfo è per le prime pagine dei giornali, non per il suo film. A lui interessa andare oltre, mostrare quello che i libri di storia non raccontano. L’unico vero momento epico è proprio l’atterraggio sulla Luna, narrato con l’emozionante audio originale dell’epoca, ma portato avanti nella sua essenzialità, senza fronzoli. Il resto è un film asciutto, pochissimo spettacolare, dove non sono gli effetti speciali a dare un senso alla pellicola, ma l’uso insistente dei primi piani. Gli intensi volti dei protagonisti riempiono lo schermo per buona parte del film, e sono lo specchio reale delle loro emozioni o almeno di quello che a essi interessa mostrare di sé. Neil Armstrong (un perfetto Ryan Gosling, per la seconda volta assieme a Chazelle) appare introverso, assolutamente disinteressato alla luce dei riflettori (a differenza di Buzz Aldrin, che nell’interpretazione di Corey Stoll viene dipinto come un cinico arrivista, pronto a tutto pur di entrare nella storia), ma determinato a raggiungere l’obiettivo finale, anche a costo di pregiudicare la serenità familiare, o di sacrificare qualche amicizia. Ai suoi occhi, nessuno riesce veramente a capire il dramma interiore che sta vivendo, quindi perché perdere tempo con le relazioni umane, quando l’Unione Sovietica è ancora in netto vantaggio nella corsa verso la Luna? La lanciatissima Claire Foy (che conferma quanto di buono aveva già mostrato in The Crown), rappresenta, invece, l’altra faccia della medaglia. La sua Janet Armstrong è la capofila di tutte quelle mogli desiderose solo di condurre una vita normale, ma, in realtà, condannate a mostrarsi stoicamente al fianco di uomini ossessionati dalla loro missione. Queste donne sono più vicine ai sentimenti del resto del popolo americano, sempre meno convinto che valga davvero la pena investire tanto denaro in quell’impresa. Gli anni descritti nel film, tuttavia, sono quelli in cui la Guerra Fredda raggiunge il suo apice: i militari americani e sovietici non possono scontrarsi in campo aperto, per cui lo fanno in maniera indiretta in paesi lontani e politicamente marginali (l’insensata guerra che gli Stati Uniti stanno portando avanti in Vietnam è sempre più dura e difficile da giustificare), o sotto mentite spoglie, cercando di conquistare lo spazio, l’ultima frontiera dell’uomo (gli astronauti della NASA non sono forse “soldati” con indosso uniformi di altro tipo?). Sono anche gli anni della lotta per i diritti civili degli afro-americani, e quelli in cui comincia a prendere corpo la contestazione giovanile (la scarna colonna sonora si manifesta di tanto in tanto proprio con alcune canzoni di protesta dell’epoca). L’incredibile impresa di Armstrong e soci, quindi, è per Chazelle quasi un accessorio per far comprendere meglio il tormento delle loro famiglie, o per evidenziare il divario sempre più netto tra governanti e cittadini. Ma il vero colpo da maestro del regista americano (e del suo sceneggiatore Josh Singer) è una delle ultime scene: persino l’allunaggio passa in secondo piano, così come la storica frase di Armstrong, di fronte al piccolo gesto che l’astronauta dedica alla povera Karen (Singer ha ammesso di non avere nessuna prova che Armstrong abbia realmente fatto quello che si vede nel film, ma sia James Hansen, autore della biografia da cui è stata tratta la pellicola, che alcuni familiari ancora in vita dell’astronauta, ritengono che qualcosa di simile possa essere accaduto). Ecco il vero Neil: non il comandante dell’Apollo 11, ma un semplice padre di famiglia, finalmente sicuro di essere all’altezza del ruolo e libero di tornare alla sua vita.

Con questo film Damien Chazelle si impone definitivamente come uno dei talenti più importanti del cinema americano contemporaneo, dimostrandosi capace di passare da un genere all’altro con una naturalezza impressionante. Lo avevamo lasciato gioioso e festante sulle note del meraviglioso La La Land, grazie al quale è diventato il regista più giovane a conquistare un Oscar. Adesso corre seriamente il rischio di essere il primo a conquistarne due, non ancora trentacinquenne.

 

 

 

 

 

 

 

 

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