Nel 1879, James Walsh (Craig Parkinson), proprietario del cotonificio di Darwen, nel Nord Ovest dell’Inghilterra, decide di ingaggiare due calciatori scozzesi, Fergus Suter (Kevin Guthrie) e James Love (James Harkness), per farli giocare nella squadra della città, anch’essa di sua proprietà. A breve, infatti, si disputeranno i quarti di finale della FA Cup, dove il Darwen FC dovrà affrontare i favoriti dell’Old Etonians, guidati da Arthur Kinnaird (Edward Holcroft). All’epoca, però, il calcio era uno sport amatoriale e i giocatori professionisti non erano ammessi.

Nazione: Regno Unito
Anno: 2020
Episodi: 6
Piattaforma: Netflix
Genere: Storico, sportivo
Ideatore: Julian Fellowes
Attori: Edward Holcroft, Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson

Siamo sicuri che se qualche mese fa avessimo chiesto ai più grandi esperti italiani di calcio di dirci chi fossero Fergus Suter e Arthur Kinnaird non avremmo ricevuto alcuna risposta. Forse solo l’onnisciente Federico Buffa sarebbe stato in grado di darci qualche informazione. Adesso, però, dopo l’arrivo su Netflix di The English Game, i nomi di quei due pionieri dello sport più famoso del mondo, non dovrebbero risultare più così oscuri. È bene chiarire subito, tuttavia, che di calcio nella suddetta miniserie se ne vede ben poco. Le sporadiche scene di gioco, infatti, sembrano solo un semplice intermezzo narrativo, utilizzato dagli autori per alleggerire una vicenda molto più grande, che prova a raccontare le profonde trasformazioni in seno alla società inglese di fine Ottocento, seguite all’inizio della seconda rivoluzione industriale. Pertanto, in un simile scenario, Suter e il suo amico Jimmy Love, essendo stati i primi calciatori professionisti della storia, hanno rappresentato soltanto una delle tante conseguenze di quei cambiamenti epocali. La possibilità di poter pagare i giocatori, infatti, permise al calcio di diventare uno sport sempre più popolare, tanto da diffondersi rapidamente prima in Europa e poi nel resto del mondo. All’epoca, non c’era alcuna limitazione al numero di squadre che potevano iscriversi alla FA Cup (la più antica competizione della storia, da noi più nota come Coppa d’Inghilterra), ma queste erano costituite o solo da rappresentanti dell’alta società (spesso ex alunni di scuole elitarie come Eton) o esclusivamente da operai (quasi tutti provenienti dalla stessa fabbrica, il cui padrone era anche il proprietario della squadra). Naturalmente, questi ultimi, costretti a molte ore di lavoro, non avevano tanto tempo da dedicare agli allenamenti o a provare gli schemi di gioco, di conseguenza, per molti anni, la vittoria del torneo rimase appannaggio delle squadre più “benestanti”. In sostanza, il professionismo rappresentò il modo per abbattere quella barriera di classe e la FA Cup divenne il teatro dove lo scontro sociale, allora in atto in maniera ben più violenta nelle strade o nelle fabbriche delle città, poteva avere luogo quasi ad armi pari. In altre parole, Suter e compagnia divennero gli eroi del proletariato: essi rappresentavano un modo per affrancarsi – anche se solo per la durata di una partita – da un’esistenza misera e di primeggiare sui cosiddetti “gentiluomini”, qui mostrati come persone incapaci di comprendere l’ingiustizia derivante dai privilegi connessi alla loro posizione sociale. Ciò nonostante, bisogna notare che gli autori, aldilà del loro fervore per i più umili, non cercano assolutamente di nascondere gli aspetti negativi legati all’avvento del professionismo: la presunta rivalsa della classe operaia rispetto a nobiltà e alta borghesia, per esempio, appare, in realtà, più come un desiderio dei proprietari delle squadre di ostentare la propria forza economica (un atteggiamento non così diverso da quello di oligarchi russi o emiri arabi del giorno d’oggi), oppure come una mera scelta opportunistica, data la possibilità di poter sfruttare la nuova passione popolare per arricchirsi con la vendita dei biglietti delle partite.

Alle redini della miniserie troviamo Julian Fellowes (aiutato da Tony Charles e Oliver Cotton), noto per essere il creatore di Downton Abbey, il quale impiega ben poco a far emergere la sua tipica impronta (che sconta giusto qualche passaggio iniziale un po’ interlocutorio, necessario a introdurre i personaggi e a inquadrare storicamente la vicenda). Lo stile della miniserie, infatti, è quello a cui l’autore inglese ci ha già abituati: un melodramma raffinato, dove le storie personali dei protagonisti si intrecciano tra loro, sullo sfondo dei cambiamenti sociali di cui dicevamo all’inizio. Fellowes, inoltre, conferma di essere un inguaribile ottimista e, come nella sua serie più celebre, non rinuncia al lieto fine multiplo, a cui si arriva, naturalmente, dopo vicissitudini di ogni tipo.

Molte sono le “licenze poetiche” prese dagli autori, in gran parte riguardanti le vicende reali dei personaggi e l’esito di alcune partite (tra cui, in particolare, la finale di FA Cup dell’ultimo episodio). Ma avendo a disposizione solo informazioni molto scarne degli avvenimenti dell’epoca, una buona dose di fiction era da mettere in conto. Molto simili a quelle originali, invece, sono le stravaganti divise calcistiche utilizzate dagli attori, che, oltre a provocare qualche sorriso, non possono che stridere alquanto se confrontate con l’abbigliamento griffato della ricchissima industria del pallone contemporanea.

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