Dopo le rivelazioni di J. Jonah Jameson (J.K. Simmons), la vita di Peter Parker (Tom Holland) e dei suoi amici si trasforma in un autentico incubo. Il giovane, quindi, decide di rivolgersi al Dottor Strange (Benedict Cumberbatch), per capire se esiste un incantesimo che possa far dimenticare a tutti l’identità segreta di Spider-Man.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2021
Genere: Azione, supereroi
Regista: Jon Watts
Durata: 148 min
Attori: Tom Holland, Zendaya, Benedict Cumberbatch, Jacob Batalon, Jon Favreau, Jamie Foxx, Willem Dafoe, Alfred Molina, Marisa Tomei

E pensare che c’è stato un momento (poche settimane in realtà e forse “pilotate” anche quelle) in cui sembrava che questo film non dovesse mai vedere la luce. Quanti ricordano, infatti, che per ragioni legate alle percentuali sugli incassi, nell’estate del 2019 Disney e Sony non erano riuscite a trovare un accordo, decidendo di non dare un seguito al sorprendente finale di Far from Home? Ufficialmente è solo grazie all’intervento di Tom Holland e alle proteste dei fan se le due major sono tornate a collaborare, ma vedendo l’esorbitante successo che la pellicola sta avendo nel mondo (mentre scriviamo gli incassi di No Way Home hanno già raggiunto la bellezza di 1,6 miliardi di dollari, i più alti registrati durante la pandemia e il miglior risultato di sempre per la Sony) è davvero immaginabile che i vertici delle due aziende avrebbero preferito buttare tutto alle ortiche pur di non impegnarsi a risolvere semplici questioni contrattuali? Comunque sia, sta di fatto che, una volta ritrovata l’armonia, Disney e Sony hanno messo in funzione un meccanismo perfetto (a cui ha contribuito fin dall’inizio il boss dei Marvel Studios Kevin Feige con affermazioni a dir poco sibilline) che, attraverso la subdola diffusione di congetture e illazioni sulla trama, l’improvviso annuncio di clamorosi arrivi nel cast e la periodica apparizione online di leak molto sospetti, ha scatenato discussioni infinite nei blog di settore e un’attesa nel pubblico così alta da superare persino quella per Avengers: Endgame. E sebbene il film sia già nelle sale da diverse settimane, proprio per andare incontro ai tanti che ancora non lo hanno visto (e sono incredibilmente riusciti a non leggere nulla o a non farsi raccontare alcunché da parenti e amici) cercheremo di evitare spoiler di ogni tipo, aldilà di quanto già visibile nei trailer. Non nascondiamo, infatti, il disappunto provato per gli articoli di quei recensori (pochi, fortunatamente) che fin dal giorno di uscita della pellicola, con un atteggiamento a metà tra il superficiale e l’altezzoso (neanche avessero ricevuto l’incarico di scrivere un pezzo per Variety o per Les Cahiers du Cinéma) hanno preferito rivelare ogni cosa. Un crimine da portare in giudizio al Tribunale dell’Aia, per quanto ci riguarda, soprattutto dopo aver toccato con mano l’entusiastica reazione del pubblico al comparire sullo schermo di questo o quel personaggio.

Appurato, quindi, che gli strateghi del marketing delle due major sono riusciti a portare a termine un autentico capolavoro promozionale, dobbiamo ora dare una risposta alla domanda più importante (dopo averla volutamente ritardata, per non essere da meno della produzione): il film è artisticamente valido? Confessiamo che l’eccitazione di veder spuntare le braccia meccaniche del Dottor Octopus e le bombe-zucca di Goblin nel primo trailer (anche questo strategicamente rinviato più volte) non aveva allontanato dalle nostre menti il pensiero che tutto potesse ridursi a una baracconata senza capo né coda, tenuta in piedi da un’ammucchiata di personaggi senza spessore. E invece, bisogna riconoscere ai due sceneggiatori Chris McKenna ed Erik Sommers di essere stati capaci di imbastire una trama perfettamente in equilibrio tra le esigenze commerciali di Sony e Disney e la voglia di onorare nel migliore dei modi la storia editoriale e cinematografica di Spider-Man, pur prendendosi la libertà di qualche bonaria presa in giro di alcune ingenuità anni Sessanta (come gli sberleffi a Octopus per il suo nome reale) o di liquidare alcune scelte infelici fatte nelle precedenti incarnazioni su pellicola del Tessiragnatele (la personalità di Electro, il casco di Goblin). Certo, l’idea che le continue interferenze di un Peter Parker irresponsabile possano far sì che il Dottor Strange non riesca a tenere sotto controllo un incantesimo così potente da aprire le porte del Multiverso è alquanto risibile, ma è difficile pensare che si potesse fare diversamente, se l’obiettivo era quello di non stravolgere la caratterizzazione del personaggio vista nei primi due capitoli (o, più in generale, all’interno del MCU).

Pertanto, abbiamo una prima parte che sostanzialmente si mantiene sulla falsariga di Homecoming e Far from Home, con molto spazio per azione e ironia, compresa quella più demenziale, tanto amata dal popolo teen (emblematica in proposito una battuta di zia May, riguardo al tipo di acqua preferito da Octopus, vista la sua somiglianza con un calamaro!), con la stessa leggerezza tipicamente associata all’età adolescenziale.

Poi, però, progressivamente, la pellicola cambia marcia: per rendere esplicita la maturazione del personaggio, i toni si fanno più seri e gli eventi maggiormente drammatici, tanto da far assumere al No Way Home del titolo un significato più esteso. Non solo un riferimento alla difficoltà di trovare la via di casa per chi si è improvvisamente ritrovato in un mondo non suo, ma anche una sorta di “non si torna più indietro”. Consapevoli che il Peter Parker cinematografico non può seguire (almeno nell’immediato) quello fumettistico, eternamente bloccato in un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, gli autori decidono di chiudere la “Home Saga” mostrandoci un protagonista più adulto e pienamente cosciente del suo ruolo. Curioso, tuttavia, che per fare questo, il duo McKenna-Sommers abbia scelto di adattare per lo schermo uno story-arc come One More Day, concepito nel 2007 dall’allora editor in chief della Marvel Joe Quesada, per tentare di svecchiare il personaggio, ottenendo, invece, la furia dei fan, per nulla contenti di vedere cancellato il matrimonio tra Peter e Mary Jane (chiesto come pegno dal demone Mefisto per mantenere in vita zia May e per far dimenticare a tutti l’identità segreta di Spider-Man). Partendo da presupposti simili e sortendo sostanzialmente lo stesso risultato, sebbene l’assunto di base venga capovolto (nel fumetto l’intenzione era quella di tornare alla spensieratezza dei momenti d’oro del personaggio, mentre nella pellicola assistiamo all’esatto opposto) gli sceneggiatori del film hanno però dimostrato – non sappiamo se con un intento “riparatore” o meno – quanto siano più importanti la qualità della scrittura e l’originalità delle idee per garantire la freschezza delle storie, rispetto a pretestuosi e discutibili artifizi narrativi. Senza considerare che, contemporaneamente, i due autori riescono anche a realizzare un “soft” reboot, che ci restituisce un Arrampicamuri più familiare, pur non cancellando nulla dello Spider-Man del MCU, benché la seconda parte del lungometraggio sia, di fatto, una brillante reinterpretazione dello storico primo episodio a fumetti del personaggio, abilmente amalgamato con altri celebri momenti della sua vita editoriale. Ed essere riusciti ad arrivare a tutto ciò attraverso la più gigantesca operazione di fan service mai concepita, che, tranne qualche piccola sbavatura, raramente genera scompensi tali da compromettere la linearità della vicenda, ha quasi del miracoloso. Onore al merito a Disney e Sony, quindi, per essere state le prime a pensare di poter realizzare un’impresa del genere e ancora di più ai Marvel Studios per aver confermato di essere in grado di trasferire sullo schermo ogni meccanismo narrativo dei comics americani.

Gli elogi alla sceneggiatura ci hanno lasciato poco spazio per il resto, ma non possiamo chiudere qui la nostra analisi senza il minimo accenno al cast e, in particolare, all’incredibile performance di Willem Dafoe, che in alcuni passaggi riesce addirittura a superare quella già memorabile che ci aveva regalato vent’anni fa. Così come è bene ricordare anche l’ottima prova di Tom Holland, che in questo terzo capitolo conferma quella versatilità già apprezzata nelle sue sempre più numerose escursioni extra MCU. E poi meritano sicuramente una citazione pure Benedict Cumberbatch, Marisa Tomei, Alfred Molina e Zendaya (nel finale protagonista, assieme a Holland, di una delle scene più romantiche viste finora in un cinecomic).

Infine, un breve accenno alla regia di Jon Watts, di certo non un fuoriclasse della macchina da presa (sebbene le scene action, soprattutto quella nella Dimensione Specchio, siano decisamente degne di menzione), ma bravo a far risaltare il meglio della sceneggiatura e a lasciare gli attori liberi di mettere in mostra le proprie doti.

Ultima considerazione: se tutto quello che abbiamo scritto finora non fosse ancora sufficiente a farvi precipitare al cinema, sappiate che basterebbe solo la prima scena bonus presente nei titoli di coda (la seconda è il trailer del prossimo film dedicato al Dottor Strange, già disponibile in rete) per convincervi immediatamente della bontà delle nostre parole. Siamo pronti a scommetterci lo stipendio.

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