Il timido e goffo Steven Grant (Oscar Isaac), lavora come impiegato presso il British Museum, nella speranza che qualcuno possa valorizzare la sua grande passione per l’Antico Egitto. Presto, tuttavia, si rende conto di non ricordare eventi che sembra aver vissuto e comincia a essere perseguitato da inquietanti allucinazioni.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2022
Genere: azione, thriller
Piattaforma: Disney+
Episodi: 6
Ideatore: Jeremy Slater
Attori: Oscar Isaac, Ethan Hawke, May Calamawy

Ci eravamo illusi che i Marvel Studios riuscissero a mantenere anche nelle loro produzioni televisive quel minimo di qualità di fondo, che fin dall’inizio ha caratterizzato le opere per il grande schermo e che ha contribuito in maniera determinante a rendere il Marvel Cinematic Universe il franchise di maggior successo degli ultimi anni. Un miraggio alimentato dai buoni risultati ottenuti con la serie dedicata a Occhio di Falco, che è stata in grado di far quasi dimenticare le cadute di tono che avevano afflitto gli episodi finali di Loki e qualche scivolone di Falcon & Winter Soldier. E, invece, ecco che a farci tornare con i piedi per terra è arrivata la trasposizione live action di Moon Knight. Annunciata come la serie più violenta del MCU, vicina per atmosfere al Daredevil di Netflix, tanto da limitarne la visione a un pubblico di soli adulti, questa versione in carne e ossa del personaggio creato più di quarant’anni fa da Doug Moench e Don Perlin ha deluso sotto ogni punto di vista. E il fatto che il Moon Knight apparso in TV c’entri molto poco (giusto qualche premessa di base come il passato da mercenario di Marc Spector, la sua resurrezione per mano di Konshu, le sue personalità multiple) con quello dei fumetti, a dispetto delle non poche perplessità riguardo l’identità di Steven Grant, che nei comic book è un affascinante miliardario, mentre sul piccolo schermo è diventato un ridicolo e impacciato impiegato del British Museum, ha influenzato solo in minima parte il nostro giudizio. Al contrario, siamo certi che anche chi non conosce il Moon Knight originale, farà davvero fatica a digerire un progetto dove gli sceneggiatori non danno mai l’idea di sapere come gestire il personaggio (con la serie che passa rapidamente dall’essere una commedia avventurosa semi-demenziale, a una pessima copia di Indiana Jones, per poi diventare un banalissimo dramma psicologico e, in conclusione, un fantasy mitologico di infima categoria), con l’aggravante di dimenticarsi troppo spesso del lato supereroistico della vicenda, che nei primi episodi viene abbondantemente lasciato in secondo piano. E dire che il creatore e scrittore principale di Moon Knight è lo stesso Jeremy Slater che, in coppia con Steve Blackman, sta facendo molto bene con l’adattamento di The Umbrella Academy. Ma forse è proprio questo il problema, perché, a ben guardare, è l’evidente intenzione di trasferire al Cavaliere della Luna la medesima atmosfera dissacrante della serie di Netflix, che ha portato a scelte imperdonabili, come l’apparizione della dea Taweret – uno dei punti più bassi dell’intera cinematografia marvelliana – o l’imbarazzante scontro tra Ammit e Konshu, che, se voleva essere un omaggio ai vari Ultraman e Megaloman, è diventato, invece, un’involontaria parodia di tutto il genere tokusatsu.

Stendiamo, poi, un velo pietoso sulla regia piatta e senza ritmo dell’egiziano Mohamed Diab, che non mostra mai di possedere uno stile riconoscibile o quel minimo di visionarietà necessario a valorizzare molte delle tematiche messe in campo. A questo punto viene spontaneo chiedersi se si tratti dello stesso, talentuoso filmmaker che aveva così ben impressionato con Cairo 678 e Amira.

L’unica certezza è che un simile disastro non può essere attribuito agli attori che, al contrario, si rivelano una delle poche note positive dell’operazione. Tanto Jason Isaacs (molto abile nel rendere credibili le diverse personalità del protagonista) quanto Ethan Hawke, insolitamente in parte come villain. Senza dimenticare la brava May Calamawy, il cui personaggio negli ultimi episodi riesce persino a mettere in ombra i due character principali (un fatto che, però, conferma lo stato confusionale degli autori, o, peggio, che la loro sola preoccupazione fosse cercare di accalappiare l’interesse del pubblico arabo, per mere ragioni commerciali).

Dulcis in fundo, annotiamo con non poco sgomento l’accoglienza tutto sommato positiva ricevuta dalla serie negli USA. Un preoccupante segnale di come certa critica americana non sia più in grado di distinguere tra il “Nerdismo” di qualità (quello di Stranger Things, giusto per intenderci) e produzioni sconclusionate come questa. Più difficile comprenderne le ragioni: semplice asservimento allo strapotere disneyano? Scadimento culturale e superficialità dilagante delle nuove generazioni? Ai posteri l’ardua sentenza.

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