Nel 1940, Herman J. Mankiewicz (Gary Oldman), conosciuto da tutti semplicemente come Mank, riceve dall’astro nascente Orson Welles (Tom Burke) il compito di scrivere la sceneggiatura di quello che diventerà uno dei film più acclamati di ogni tempo, Quarto Potere.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Genere: Drammatico, biografico
Regista: David Fincher
Durata: 131 min
Attori: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Lily Collins, Arliss Howard
Piattaforma: Netflix

Inutile negare che, da qualche anno a questa parte, l’attesa per un nuovo film sembra essere diventata il privilegio quasi esclusivo degli ultimi lungometraggi della Pixar, o dei nuovi capitoli di saghe cinematografiche senza fine come quella di Star Wars o del Marvel Cinematic Universe (non a caso, tutti brand del sempre più pervasivo impero Disney), tanto che pretendere una risposta da un appassionato di cinema con meno di trent’anni su quale sia stato il contributo alla storia della Settima Arte di una pellicola come Quarto Potere, potrebbe rivelarsi un’esperienza alquanto frustrante. Possiamo, quindi, capire le difficoltà incontrate da David Fincher per portare sul grande schermo un lungometraggio come Mank, che ricostruisce in maniera a dir poco controversa (il soggetto sposa senza mezzi termini la tesi della critica cinematografica del New Yorker Pauline Kael, che in un articolo dei primi anni Settanta attribuiva al solo Herman J. Mankiewicz la paternità della sceneggiatura del capolavoro diretto da Orson Welles)  la genesi di quello che molti critici considerano ancora il più grande film mai realizzato. Esso, tuttavia, è uscito in un anno – il 1941 – che il pubblico di oggi considera appartenere a un’altra era geologica, quindi degno solo dell’attenzione di qualche storico del cinema o poco più. Ma pur con simili presupposti, per nulla incoraggianti, negli anni Novanta il regista di Seven e Fight Club si prodigò per trovare qualche studio hollywoodiano interessato al progetto, scontrandosi sempre con il fermo rifiuto dei produttori nel volersi imbarcare in un’impresa priva di qualsiasi elemento che facesse sperare in un successo commerciale. Nel frattempo, però, è arrivata la rivoluzione dello streaming, che ha portato con sé la voglia di rischiare su territori poco battuti e il desiderio di guadagnare prestigio all’interno dell’ambiente cinematografico grazie al plauso della critica, persino scommettendo su prodotti dal ritorno economico incerto. Fincher, in più, aveva anche un altro motivo per voler realizzare la pellicola. La sceneggiatura originale (parzialmente rivista da Eric Roth prima delle riprese, per eliminare alcuni dettagli eccessivamente negativi nei confronti di Welles), infatti, era opera di suo padre Jack, scomparso nel 2003 e ormai rassegnato all’idea che il suo lavoro non sarebbe mai stato tramutato in un film. Tra l’altro, Fincher figlio, negli anni aveva perso interesse per la storia, che fin dall’inizio presentava alcuni passaggi che non lo convincevano del tutto o che considerava poco verosimili, soprattutto quelli riguardanti il potere mediatico esercitato dal magnate William Randolph Hearst, nel condizionare l’esito delle competizioni elettorali. Ma il rocambolesco percorso che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca (nel quale il contributo dell’emittente Fox News è risultato determinante), gli ha fatto cambiare idea (suona quasi ironico che colui che sarà ricordato come uno dei peggiori presidenti della storia americana, sia pure diventato la “musa” ispiratrice di tanti autori di cinema e televisione), trovando in Netflix il partner più adatto per far sì che il suo progetto vedesse finalmente la luce. Occorre aggiungere, tuttavia, che a parte il soggetto in sé, il rifiuto degli studios californiani derivava anche dalla volontà di Fincher di dirigere la pellicola in bianco e nero, un autentico tabù per Hollywood, ma non per il colosso dello streaming, che già con Roma di Alfonso Cuarón aveva mostrato di tenere in poca considerazione i preconcetti dei produttori più conservatori. Come se non bastasse, ricevuta carta bianca dall’azienda californiana, il nostro David si è sentito autorizzato ad andare ben oltre, girando il film come se fosse stato realizzato negli anni Quaranta: il modo di recitare degli attori, le tecniche di ripresa, le inquadrature, le musiche, tutto riconduce all’epoca in cui fu messo in cantiere Quarto Potere. L’opera, insomma, sprizza cinefilia da tutti i pori e conferma il coraggio di Netflix nel voler portare a termine un progetto che, per quanto apprezzato da parecchia critica (e noi con essa), verrà del tutto ignorato dal grande pubblico. 

Di recente, abbiamo manifestato il nostro disappunto parlando de Il processo ai Chicago 7, puntando il dito soprattutto contro il regista Aaron Sorkin, colpevole di non aver saputo valorizzare un soggetto con tutte le carte in regola per poter essere tramutato in un film di sicura presa sul pubblico. Con Mank ci troviamo esattamente nella situazione opposta: solo Fincher e pochi altri sarebbero stati in grado di trasferire su pellicola una sceneggiatura ostica come quella realizzata da suo padre, riuscendo anche a giocare con le tecniche cinematografiche fino a rendere palese il principio illusorio alla base di ogni film.

E poi, naturalmente, c’è Gary Oldman. Non ce ne vogliano gli altri attori del cast – di cui ci piace ricordare in particolare le tre interpreti femminili principali (Amanda Seyfried, Lily Collins, Tuppence Middleton), che vestono i panni di tre donne molto diverse tra loro, ma tutte determinate a difendere con orgoglio le loro scelte di vita – però la parte di Mank sembra proprio una di quelle per cui l’attore britannico sarebbe sempre disposto a fare carte false. Dopo aver vinto l’Oscar come attore protagonista de L’ora più buia, Oldman conferma di amare quei personaggi in grado di garantirgli un eloquio continuo e una presenza sulla scena strabordante. Non che qualcuno di noi nutra dei dubbi sulla sua professionalità, dato che, anche quando viene chiamato a recitare in film più commerciali, le sue performance sono sempre di alto livello (basti citare, per esempio, Sirius Black nella saga di Harry Potter e il Commissario Gordon nella trilogia di Christopher Nolan dedicata al Cavaliere Oscuro). Cionondimeno, proprio come succede a molti altri istrioni del grande schermo (si pensi, solo per fare due nomi, ad Al Pacino o a Jack Nicholson), ogni volta che Oldman è libero di andare sopra le righe e di enfatizzare le caratteristiche dei suoi personaggi riesce a dare il meglio di sé. Ed è un vero peccato che, date le caratteristiche della pellicola, in pochi avranno voglia di ammirare la sua interpretazione. 

In conclusione, ci resta soltanto da sottolineare che Netflix sembra avere imboccato un percorso di non ritorno, in quanto la libertà di cui ha goduto Fincher potrebbe attrarre verso la piattaforma tanti altri registi desiderosi di svincolarsi dalle restrizioni di Hollywood. Solo il tempo ci dirà se sarà davvero così, ma anche semplicemente l’idea di poter vedere realizzati tanti progetti ambiziosi, rimasti a lungo nel cassetto a causa di diktat produttivi diventati ormai anacronistici, potrebbe rivelarsi l’unica vera buona notizia in un periodo tanto disgraziato per il cinema, come quello che stiamo vivendo.

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