Nazione: Stati Uniti
Anno: 2018
Episodi: 10
Genere: Azione, avventura, fantascienza, drammatico
Creata da: Matt Sazama, Burk Sharpless
Attori: Toby Stephens, Molly Parker, Maxwell Jenkins
Voto Filmantropo:


 

 

 

Nel 2046 la sopravvivenza del genere umano viene messa a rischio dalla caduta di un misterioso corpo celeste sulla Terra. Per garantire un futuro migliore alle nuove generazioni, i vari governi mondiali si uniscono nella costruzione della Resolute, una nave spaziale in grado di trasportare intere famiglie, accuratamente selezionate, su un nuovo pianeta da colonizzare. La famiglia Robinson viene scelta per la ventiquattresima missione della Resolute, ma, durante il viaggio, l’attacco di un robot alieno li costringe ad atterrare su un pianeta sconosciuto.

 

 

Dopo la nuova serie dedicata all’universo di Star Trek sembra proprio che Netflix abbia deciso di proseguire con la riscoperta di altri cult del passato. Stavolta tocca a Lost in Space, una serie di fantascienza degli anni Sessanta praticamente sconosciuta da noi, ma molto popolare in America (già nel 1998 la New Line aveva tentato di rinverdirne i fasti con un non molto riuscito film per il grande schermo diretto da Stephen Hopkins). Rispetto a Star Trek, Lost in Space era un serial studiato per attrarre un pubblico più vasto: la presenza di un cast alquanto eterogeneo, soprattutto in termini di età, garantiva la possibilità che tutti gli spettatori, anche i più giovani, potessero immedesimarsi in uno dei protagonisti della show. Il classico prodotto per tutta la famiglia, insomma. Gli ascolti, tuttavia, furono inferiori alle attese, soprattutto perché la serie costava parecchio, e così le avventure dei Robinson si interruppero dopo sole tre stagioni. Per questo remake moderno, Netflix ha, praticamente, mantenuto l’impianto originale, adattandolo, però, in maniera alquanto efficace, ai gusti del pubblico di oggi. Sono, quindi, sempre i membri della famiglia Robinson a tenere banco, ma senza le ingenuità tipiche della TV di cinquant’anni fa. Ecco, pertanto, papà e mamma Robinson in piena crisi matrimoniale, personaggi che possono anche morire (d’altra parte, cosa c’è di più ostile di un pianeta sconosciuto?), meschinità e cinismo in abbondanza. Ma la serie, come detto, è stata concepita per essere un format per tutta la famiglia, di conseguenza non sorprendetevi di vedere anche un profluvio di buoni sentimenti, scaramucce amorose adolescenziali e tutto quello che vi aspettereste di trovare in uno show che non sfigurerebbe nel palinsesto di un canale Disney. Niente scenari apocalittici alla Walking Dead, quindi, anzi, per certi versi Lost in Space rappresenta l’esatto opposto della serie AMC. Infatti, così come in Walking Dead ci viene mostrato un mondo senza speranza, dove l’unica cosa che conta è la ricerca del modo più sicuro di garantirsi la sopravvivenza (e dove, tra le altre cose, la divisione tra buoni e cattivi non è poi così netta), le vicende dei Robinson sono, invece, la metafora di un’umanità positiva, che non si arrende neppure nelle situazioni più disperate. Un’umanità che vive una realtà pervasa da un’incrollabile fiducia nella scienza (una caratteristica comune all’universo di Star Trek. Non per niente, entrambe le serie sono nate negli anni Sessanta, quando la corsa per raggiungere la Luna sembrava preannunciare un’era di viaggi nello spazio e un mondo finalmente in pace) e dove chi è realmente mosso da buone intenzioni appare subito evidente (sebbene la sotto-trama riguardante il “furto” del motore alieno, aggiunga quel pizzico di ambiguità capace di rendere ancora più intriganti i possibili sviluppi futuri della serie). E per quanto una descrizione come questa potrebbe, forse, portare parecchi spettatori a preferire show dalle premesse, sulla carta, più originali, è bene sottolineare che la  serie ideata da Matt Sazama e Burk Sharpless (una coppia di giovani sceneggiatori che, finora, si era fatta notare solo su dimenticabili film horror/fantasy come Dracula Untold, The Last Witch Hunter e Gods of Egypt) è molto ben congegnata e avvincente, oltreché ricca di suspense (numerosi i cliffhanger, forse addirittura troppi: possibile che ai vari protagonisti vada sempre tutto storto?). A questo bisogna aggiungere un cast di attori molto affiatati (a eccezione di Parker Posey, veramente poco credibile nei panni della “cattiva”), tra i quali meritano una menzione speciale la brava Molly Parker (Deadwood, House of Cards) e la sorpresa Ignacio Serricchio (il personaggio che interpreta, Don West, è una riuscita rivisitazione di uno dei protagonisti della serie originale), ed effetti speciali di altissimo livello (un particolare tutt’altro che trascurabile in un serial fantascientifico). Infine, sul fronte della regia, segnaliamo anche la saggia decisione del colosso californiano di affidarsi a una squadra di solidi professionisti della macchina da presa, dai nomi magari non così altisonanti, ma già visti all’opera su altri show di successo (Neil Marshall e Vincenzo Natali, per esempio, sono tra i registi di Westworld, American Gods e il Trono di Spade).

Sebbene Netflix non abbia ancora confermato di voler proseguire la serie, Sazama e Sharpless si dicono sicuri di poter continuare a scrivere dei Robinson, tanto da aver già iniziato a immaginare cosa potrà succedere nei nuovi episodi. Un entusiasmo che, dopo l’efficacissimo colpo di scena finale, ha sicuramente contagiato anche il pubblico seduto davanti al piccolo schermo.

 

 

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