Nazione: Stati Uniti
Anno: 2018
Episodi: 8
Piattaforma: Amazon Prime Video
Genere: Action, thriller
Creatore: Carlton Cuse, Graham Roland
Attori: Jason Krasinsk, Wendell Pierce, Abbie Cornish, Ali Suliman, Dina Shihabi
Voto Filmantropo:


 

 

Dopo aver prestato servizio in Afghanistan nel corpo dei Marines, Jack Ryan (John Krasinski) comincia a lavorare come analista per la CIA. Avendo notato un’anomala transazione bancaria di diversi milioni di dollari, riconducibile a un misterioso terrorista noto come Suleiman (Ali Suliman), cerca di convincere i suoi superiori di un imminente attacco all’Occidente. Nonostante l’iniziale scetticismo, la minaccia rappresentata da Suleiman non tarda a manifestarsi.

 

 

Nato negli anni Ottanta dalla penna di Tom Clancy, Jack Ryan è alla sua quinta incarnazione live, la prima su piccolo schermo dopo quelle per il cinema di Alec Baldwin (Caccia a Ottobre Rosso), Harrison Ford (Giochi di potere e Sotto il segno del pericolo), Ben Affleck (nel sottovalutato Al vertice della tensione) e Chris Pine (nel controverso Jack Ryan-L’iniziazione). Distribuito nel mondo dalla piattaforma Amazon Prime Video, la serie rappresenta per il colosso di Seattle l’inizio di un deciso cambio di strategia del suo home entertainment: smettere di inseguire Netflix e destinare tutto il budget annuale alla produzione di pochi show di alta qualità (operazione che culminerà con la già annunciata e attesissima nuova trasposizione del Signore degli Anelli). Una strada già seguita con successo da HBO e che non possiamo non condividere, ma su cui l’azienda di Jeff Bezos deve ancora lavorare un po’. Dopo aver visto la serie, infatti, rimane l’impressione che in questa prima stagione di Tom Clancy’s Jack Ryan (o, semplicemente, Jack Ryan) non tutto sia andato per il verso giusto.

I due autori Carlton Cuse (Lost, The Strain) e Grahan Roland (Fringe) decidono di attualizzare il personaggio, spostando il suo campo d’azione dagli scenari tipici della Guerra Fredda ai conflitti moderni legati al terrorismo mediorientale, e proprio il modo con cui vengono descritti la quotidianità e lo stile di vita del mondo arabo sono uno dei pregi più importanti della serie. E’ raro vedere in una produzione americana la quasi totale assenza degli stereotipi che abitualmente vengono associati alla comunità mussulmana. Così come non vengono tralasciati neppure gli aspetti ambigui, per non dire discutibili, di molta politica estera degli Stati Uniti degli ultimi anni. Grande merito della riuscita di questo aspetto dello show deve essere attribuito agli attori scelti per interpretare i “cattivi”, a cominciare dal nemico numero uno, il Mousa Bin Suleiman del bravissimo Ali Suliman (noto fino a questo momento quasi esclusivamente per il film Paradise Now, vincitore nel 2005 del Golden Globe come miglior film straniero), capace di infondere nel suo personaggio sia tutto il carisma di un leader, che l’umanità di un comune padre di famiglia o di un fratello maggiore. Sebbene sia chiaro chi sia il protagonista della serie, la sua performance a volte riesce a oscurare persino quella del pur bravo John Krasinski. La scelta dell’attore del Massachusetts, reduce dall’ottimo risultato di A Quiet Place, da lui diretto e interpretato in coppia con la moglie Emily Blunt, era stata una delle decisioni della produzione accolte con maggior perplessità dagli addetti ai lavori, ma si è rivelata, al contrario, azzeccatissima. Con la sua eterna espressione da bravo ragazzo, Krasinski è perfetto nel mostrare un giovane Jack Ryan, che, pur avvezzo agli orrori della guerra, rimane un inguaribile idealista, per nulla intimorito a scontrarsi con una realtà ben diversa da quella che lui crede di rappresentare. Buone anche le interpretazioni dell’australiana Abbie Cornish, nei panni di Cathy Mueller, futura moglie del protagonista, e della saudita Dina Shihabi. Chi, invece, non ha convinto è stato Wendell Pierce. A tratti inespressivo e decisamente poco in parte, l’attore afroamericano non riesce quasi mai a trasmettere il pathos necessario a un personaggio come il suo: le apparenti inquietudini legate al suo passato non emergono in maniera netta, e, sebbene James Greer dovesse costituire la controparte cinica e quasi amorale dell’ingenuo Jack, più volte è parso una sorta di spalla comica del protagonista. Invece che contribuire alla drammaticità degli eventi, le sue azioni e le sue battute diventano degli involontari, e assolutamente non necessari, momenti di alleggerimento della tensione, facendo passare in secondo piano anche la fede islamica del personaggio, una felice intuizione che poteva essere sicuramente sfruttata meglio dagli autori. Ma più che sull’allestimento del cast, l’impegno economico profuso da Amazon risulta particolarmente evidente nelle riuscite e, spesso, spettacolari scene d’azione, che costituiscono l’autentica linfa vitale del genere. In tali sequenze non è difficile scorgere la mano dietro la macchina da presa della talentuosa Patricia Riggen (La stessa luna), del veterano Daniel Sackheim (X-Files, Law&Order e, più di recente, The Walking Dead) e del candidato all’Oscar Morten Tyldum (The Imitation Game). Peccato che, quanto di buono si veda per gran parte dello show, venga, purtroppo, parzialmente sprecato nel finale, dove l’intricatissimo piano di Suleiman e la resa dei conti dei due

antagonisti si esaurisce in maniera piuttosto banale, lasciando una spiacevole sensazione di incompiutezza. Sensazione che aumenta pensando ai non pochi minuti dedicati a una sotto-trama collaterale, per nulla funzionale alla storia principale, dove si racconta dei tormenti interiori di un militare addetto all’eliminazione fisica di potenziali terroristi, attraverso l’uso di droni. Per quanto queste vere e proprie digressioni siano state girate con perizia, ben interpretate e raccontate senza scadere in un inutile patetismo buonista, non si riesce proprio a comprenderne l’utilità. Forse Cuse e Roland volevano far capire in maniera inequivocabile di non condividere assolutamente le scelte controverse dei governanti del proprio paese, ma, esse, togliendo tempo alla trama di fondo, ne hanno, come detto, penalizzato lo svolgimento, affrettando un finale che avrebbe meritato ben altro trattamento. Troppo artificiose, infine, le motivazioni che spingono Suleiman a imbracciare le armi contro l’Occidente: perché non limitarsi alla distruzione del suo villaggio in Libano, dove viveva da bambino, molto ben descritta nei primi episodi?

Già confermata per una seconda stagione, Jack Ryan resta una serie con ampi margini di miglioramento. Chiarito agli spettatori il credo dei due autori, non ci resta che sperare che essi ora si concentrino sui molti aspetti positivi di questi primi otto episodi, e che siano pienamente consapevoli di avere per le mani un franchise di cui hanno solo appena iniziato a mostrare le reali potenzialità.

 

 

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