Nel 1978, Patrizia Reggiani (Lady Gaga) conosce a una festa lo studente di legge Maurizio Gucci (Adam Driver). In breve tempo, i due giovani decidono di sposarsi, nonostante la ferma opposizione di Rodolfo Gucci (Jeremy Irons), padre di Maurizio. Sarà lo zio Aldo (Al Pacino), deluso dall’inettitudine del figlio Paolo (Jared Leto), a restituire alla coppia un posto in famiglia.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2021
Genere: Drammatico, biografico
Regista: Ridley Scott
Durata: 157 min
Attori: Lady Gaga, Adam Driver, Jared Leto, Jeremy Irons, Salma Hayek, Al Pacino

Dopo il deludente Tutti i soldi del mondo e un periodo di iperattività seguito al successo de Il gladiatore, che lo ha portato a dirigere quasi un film all’anno (con inevitabili ricadute sulla qualità del suo lavoro), sembrava che Ridley Scott avesse finalmente cominciato a dedicarsi esclusivamente a progetti davvero meritevoli della sua attenzione. Tra il 2018 e l’inizio del 2021, infatti, il suo nome è comparso solo nei credit dell’affascinante Raised by Wolves, una serie di HBO Max co-prodotta dalla sua Scott Free, di cui il filmmaker inglese ha curato la regia dei primi due episodi. Tuttavia, presto è risultato evidente che a frenare l’infaticabile Scott fosse il Covid-19, non l’improvvisa consapevolezza di non essere più un imberbe giovanotto. Tanto che, dopo l’epico (e purtroppo quasi ignorato dal pubblico) The Last Duel, le cui riprese si sono protratte per parecchio tempo proprio a causa della pandemia, a distanza di pochi mesi abbiamo trovato il buon Ridley al timone di House of Gucci, una produzione di primissimo piano, a cui il regista britannico si era già interessato nel 2006. All’epoca, i troppi impegni lo avevano costretto a cedere il testimone ad altri, ma dopo vari tentativi andati a vuoto, il progetto è tornato nelle sue mani e, benché la velocità di Scott a terminare le riprese sia piuttosto nota, la pellicola è oggettivamente arrivata nelle sale cinematografiche a tempo di record. Difficile credere, però, che una simile rapidità di esecuzione non possa avere influito negativamente sulla qualità dell’opera. Eppure, nonostante una durata extra large di ben 157 minuti, il film scorre piacevolmente fino ai titoli di coda. Di sicuro House of Gucci non sarà ricordato tra i capolavori del regista, ma rispetto ad altre sue pellicole decisamente più anonime o poco riuscite, questa eccentrica ricostruzione degli intrighi familiari consumatisi all’interno della nota maison toscana tra gli anni Settanta e gli anni Novanta del secolo scorso, si distingue per l’originalità con cui Scott ha scelto di raccontarla. Malgrado ciò siamo sicuri che, più che le tante libertà prese dai due sceneggiatori Becky Johnston e Roberto Bentivegna rispetto agli eventi reali (due su tutte: Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci cominciarono a frequentarsi molto tempo prima dell’anno indicato nel film. E l’arrivo di Tom Ford nella casa di moda è successivo all’estromissione dei Gucci dall’azienda), sarà proprio questo aspetto dell’opera a indispettire buona parte della critica (e probabilmente anche molti spettatori). A noi, invece, l’idea di esasperare il glamour e le frivolezze di una “dinastia” dell’alta moda, fino ad arrivare a sfiorare la caricatura non è dispiaciuto affatto. Anche perché niente è meglio di una rappresentazione di questo tipo per esaltare il talento istrionico di un mattatore come Al Pacino o per spiegare la scelta di Lady Gaga – certo non nota per la sua sobrietà – come interprete di Patrizia Reggiani (sebbene, a volte, la pop-star americana riesca a contenere stravaganze e atteggiamenti sopra le righe, per lasciare più spazio all’umanità del personaggio). Neppure Jeremy Irons si sottrae al gioco, utilizzando la sua straordinaria mimica facciale per far convivere in Rodolfo Gucci raffinatezza e buffoneria. A ogni modo, è con Jared Leto che l’intento parodistico di regista e sceneggiatori viene definitivamente portato allo scoperto. Sepolto sotto un make-up pesantissimo (e volutamente un po’ posticcio) l’attore americano dipinge una figura così goffa, ridicola e mediocre, che anche il solo pensiero che qualche spettatore possa considerare il suo Paolo Gucci una persona reale ci appare francamente inverosimile. Se a tutto questo aggiungiamo che i protagonisti, pur dialogando quasi sempre in inglese, si esprimono attraverso un marcato accento italiano (una stramberia che probabilmente andrà persa durante il doppiaggio), allora ecco che il quadro è completo. Tuttavia, se il film non riesce ad andare oltre il semplice divertissement è per la mancanza di coraggio mostrata da Scott e dalla produzione nel calcare la mano sugli aspetti più strampalati della vicenda e rendere la pellicola una vera e propria commedia nera. Il regista, invece, forse timoroso di superare il limite del buon gusto, nel tentativo di ironizzare su un omicidio realmente accaduto, cerca di trovare un improbabile equilibrio tra grottesco e dramma, rendendo, però, il film un ibrido incompiuto. L’esempio più evidente di questo compromesso malriuscito è rappresentato dal Maurizio Gucci di Adam Driver (attore che, nonostante tutto, si conferma uno dei più promettenti della sua generazione), il quale si trasforma rapidamente da giovane erede idealista e impacciato, in un imprenditore cinico e senza scrupoli, concedendo molto poco (ed esclusivamente nella prima parte della pellicola) all’esuberanza e alla leggerezza degli altri personaggi. Uno sbilanciamento che coinvolge anche l’immagine della Reggiani, della quale non si intravedono a sufficienza l’avidità, l’arrivismo e la rabbia seguita alla perdita della sua posizione sociale (se non nelle battute finali), facendo persino apparire parzialmente giustificabile la decisione di ingaggiare un sicario per assassinare l’ex marito.

Uno strano atteggiamento da parte di Scott, che a 84 anni suonati, non dovrebbe più pensare alle possibili rimostranze di qualche benpensante, ma solo a consolidare la sua arte, ormai da troppo tempo piegatasi alle regole dello show business. 

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