Nazione: Stati Uniti
Anno: 2018
Episodi: 12
Piattaforma: Fox
Genere: Drammatico, spionistico, thriller
Creatore: Howard Gordon, Alex Gansa
Attori: Claire Danes, Damian Lewis, Morena Baccarin
Voto Filmantropo:


 

 

Dopo aver lasciato il suo lavoro alla Casa Bianca, Carrie (Claire Danes) si stabilisce a casa della sorella Maggie (Amy Hargreaves), cercando di dare un po’ di stabilità alla piccola Franny (Claire e McKenna Keane). Intanto l’amministrazione della Presidente Keane (Elizabeth Marvel) è sempre più in difficoltà.

 

 

Sorta di mosca bianca all’interno del panorama televisivo di oggi, Homeland è una delle pochissime serie che hanno avuto la capacità di rigenerarsi e di cambiare completamente fisionomia, tanto da poter proseguire la propria corsa per parecchi anni, dopo aver esaurito, già alla terza, stentata, stagione, quello che era stato il suo tema di fondo iniziale (ma quanti ricordano ormai che, al suo esordio, la serie raccontava del prigioniero di guerra Nicholas Brody, il quale, dopo essere stato liberato, si era rivelato un doppiogiochista al soldo di terroristi mediorientali?). Tra i primi artefici di questo duraturo successo vanno sicuramente annoverati i due autori Howard Gordon e Alex Gansa che, sebbene dalla quarta stagione in poi abbiano spostato la serie su binari più tradizionali, hanno sempre evitato le banalità e gli stereotipi tipici delle spy story più comuni, cercando, per quanto possibile, di agganciare la trama all’attualità americana del momento. E’ indubbio, però, che molta della fortuna di Homeland sia dipesa dalla straordinaria interpretazione di Claire Danes. Con Carrie Mathison l’attrice newyorkese ha dato vita a un character credibilissimo, così cinico e disilluso, da risultare, a volte, persino indigesto a un pubblico che, teoricamente, avrebbe dovuto parteggiare per lei. Ma è proprio in questo suo essere perennemente in bilico tra bene e male che va cercata la bellezza del personaggio. Siamo lontani da un Ethan Hunt o da un Jack Bauer, caratterizzati in maniera poco realistica proprio per piacere a un pubblico più mainstream, in cerca di pura e semplice evasione. Carrie Mathison prende spesso decisioni moralmente discutibili, sebbene perfettamente in linea con l’insensibilità, l’indifferenza e l’opacità con cui si è soliti identificare i servizi di intelligence di tutto il mondo. Difficile, quindi, per uno spettatore entrare in empatia con lei: pur essendo la protagonista dello show, la spregiudicatezza e l’eccessiva determinazione a perseguire i propri obiettivi, anche a scapito degli altri (in questa stagione a farne le spese è soprattutto la piccola Franny), sono “qualità” che non possono suscitare le simpatie del pubblico. Per rendere il tutto ancora più disperante, Carrie viene nuovamente affiancata da Saul Berenson (un perfetto Mandy Patinkin), che se da un lato rappresenta l’elemento stabilizzante, capace di smorzarne gli eccessi, e di indirizzare il suo talento verso la soluzione del problema, dall’altro il suo personaggio sfoggia spesso una freddezza d’animo ancora più grande. Perso ormai ogni possibile legame affettivo (la moglie, stanca della sua dedizione verso il governo, lo ha lasciato da tempo), il suo unico scopo nella vita resta servire al meglio il suo paese, cercando di salvaguardarne i principi democratici in ogni modo possibile, anche a costo di sfruttare, senza alcuna remora, il grave disturbo bipolare di cui soffre Carrie, una malattia i cui sintomi (allucinazioni e comportamenti maniacali in genere) le permettono di vedere le cose da un punto di vista meno razionale e, quindi, di prendere in considerazione spiegazioni apparentemente illogiche a chi è abituato a ragionare in termini più canonici (ed è proprio in questi passaggi che Claire Danes dà il meglio di sé). Sono pochissimi i momenti rilassati o spensierati, lavorare per la CIA comporta sacrifici enormi, senza alcuna possibilità di riuscire a condurre una vita normale o di poter, almeno, ricevere il giusto riconoscimento dal resto della popolazione. Chi appartiene ai servizi di intelligence è condannato a una vita nell’anonimato, la cui unica gratificazione è la consapevolezza di aver portato a termine ogni missione in maniera impeccabile. Esemplari, a questo proposito, le sequenze finali dell’ultimo episodio, dove a una presidente che prende una difficilissima ma responsabile decisione, destinata, comunque, a garantirle un posto nella storia (un chiaro richiamo degli autori alla solennità di un’istituzione come la presidenza degli Stati Uniti, che un personaggio a dir poco discutibile come Donald Trump è riuscito a trascinare nel fango in meno di due anni), fa da contraltare il terribile sacrificio di Carrie, a cui nessuno renderà merito in maniera adeguata. Ma la serie, come nelle stagioni passate, non manca di intrattenere in maniera intelligente, riuscendo a tenere sempre viva l’attenzione dello spettatore grazie a intrighi politici ben congegnati, serrate sequenze action e frequenti colpi di scena. Peccato, solo, che, dopo i primi episodi, i due autori abbiano deciso una radicale inversione di rotta (semplice volontà di chiudere tutte le vicende in sospeso o improvviso desiderio di avvicinare la serie all’attualità politica americana degli ultimi mesi?). Se, infatti, l’inizio può essere considerato un seguito diretto della storyline interrotta con il burrascoso finale della stagione precedente, gli episodi successivi raccontano di un intricatissimo complotto ordito dai servizi segreti russi, per screditare le istituzioni americane (evidente rielaborazione televisiva del Russiagate), creando, di fatto, due storie distinte, legate tra loro da un filo sottilissimo (e, francamente, molto pretestuoso), tanto che l’antagonista iniziale, il provocatore televisivo Brett O’Keefe (un viscido Jake Weber), scompare improvvisamente, senza tornare mai più in scena nella seconda parte della stagione. Questo inaspettato cambio di direzione ha, inoltre, determinato diverse forzature narrative che hanno finito per rendere la vicenda poco verosimile (l’esempio più clamoroso è l’assurdo scontro tra due diverse agenzie di Intelligence russe nel cuore di Mosca). Forse è proprio a causa di questa difficoltà a portare avanti una trama di lungo respiro, che la produzione ha deciso di chiudere la serie con la prossima stagione. Ma, qualunque sia la ragione, una cosa è certa: a noi Carrie Mathison mancherà parecchio.

 


 

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