Saul Berenson (Mandy Patinkin) è a capo della delegazione americana incaricata di negoziare la pace con i talebani in Afghanistan, ma consapevole degli ostacoli e dei numerosi oppositori che dovrà affrontare, chiede a Carrie Mathison (Claire Danes), ancora in riabilitazione dopo il lungo periodo di prigionia in Russia, di aiutarlo nella missione.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 12
Piattaforma: Fox
Genere: Drammatico, thriller
Ideatore: Howard Gordon, Alex Gansa
Attori:
 Claire Danes, Maury Sterling, Costa Ronin, Nimrat Kaur, Mandy Patinkin, Numan Acar, Linus Roache

E così anche Homeland ha finito la sua corsa. Una frase che suona irrevocabile, ma che, forse, sarebbe meglio completare con la postilla “almeno per il momento”. Dopotutto, vedere tornare una serie, dopo la sua apparente conclusione, non rappresenta più una novità (grazie soprattutto alle varie piattaforme streaming, particolarmente propense a investire soldi in contenuti già popolari). A ogni modo, la decisione di chiudere era già stata presa al termine della scorsa stagione, apparentemente per volontà di Claire Danes, desiderosa di tornare a dedicarsi alla propria famiglia. Questi nuovi episodi, quindi, sono stati accompagnati anche dalla curiosità di vedere come gli autori avrebbero deciso di risolvere le vicende dei vari personaggi (e di Carrie Mathison in particolare). In questi anni, tuttavia, ci siamo abituati a finali di serie congegnati male (quando non proprio deludenti) o assolutamente privi di pathos. Questa volta, invece, la conclusione elaborata da Alex Gansa e Howard Gordon non solo non getterà nello sconforto gli spettatori, ma apparirà a tutti perfettamente coerente con quanto Homeland ci ha offerto nel corso della sua lunga vita sul piccolo schermo. Prima di salutare i vari personaggi, però, la sceneggiatura si concentra ancora una volta sull’attualità geopolitica degli Stati Uniti (una continua fonte di ispirazione per la fiction, soprattutto da quando Donald Trump è diventato presidente), senza tralasciare le consuete critiche all’amministrazione americana, particolarmente acuitesi sotto il governo repubblicano, ma che non sono mancate neppure quando era Barack Obama a sedere alla Casa Bianca.

Protagonisti vecchi e nuovi allontanano solo in parte le ombre che avevano caratterizzato il loro modo di agire nelle scorse stagioni, anche perché i servizi segreti sono di nuovo dipinti come un male necessario, di cui, purtroppo, nessuna potenza riesce a fare a meno. Nonostante la chiarezza di questo assunto di base, tuttavia, si fa davvero fatica ad accettare di vedere spie disposte a sacrificare i propri affetti più cari, in nome di un presunto bene superiore. Inoltre, l’opacità dell’intelligence, rilancia in maniera netta l’inquietante messaggio più volte sottolineato nelle passate stagioni: alcuni agenti segreti continuano a essere delle pedine impazzite sullo scacchiere internazionale, in grado di decidere autonomamente cosa sia giusto o sbagliato per il mondo, senza che nessun organo istituzionale abbia il potere di controllarne le azioni. È chiaro che un’opera di fantasia come questa, per poter mantenere viva l’attenzione del pubblico, spinga l’acceleratore su intrighi e doppiogiochismo, ma la denuncia di certi meccanismi anomali, che ancora sopravvivono all’interno della CIA e delle organizzazioni omologhe degli altri paesi, supera la definizione di semplice invenzione a fini narrativi.

Per di più, le ultime scene (di cui, naturalmente, non riveliamo nulla), confermano definitivamente l’estremo sacrificio a cui sono destinati gli agenti segreti, costretti a una vita di bugie, dove non è consentito neppure avere accesso alle piccole gioie familiari.

Alla fine, l’unico aspetto che abbiamo trovato un po’ forzato è la versione pseudo-macchiettistica e, persino un po’ ingenua, del dilettantesco modo di agire di alcuni protagonisti ai vertici del potere americano. Che esistano personaggi simili all’interno dell’amministrazione statunitense è cosa risaputa (e sono proprio alcune sconsiderate esternazioni di The Donald a testimoniarlo), ma dopo i disastri combinati da George Bush figlio e dalla cricca di affaristi senza scrupoli guidata da Dick Cheney, le decisioni più delicate della prima potenza mondiale non sono più lasciate in mano a poche persone di dubbia affidabilità e da tempo vengono prese collegialmente dai rappresentanti di ogni autorità del governo americano.

Concludiamo con un breve accenno al cast, costituito in gran parte dagli attori che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare in tutti questi anni. Come era lecito aspettarsi, nessuno di loro delude in questi ultimi episodi, a cominciare dalla sempre fenomenale Claire Danes, di cui ci sembra persino superfluo continuare a lodare le capacità. Molto meglio, quindi, chiudere parafrasando la stessa frase utilizzata nelle ultime righe della nostra analisi della stagione precedente, che, in questo momento, non potrebbe risultare più azzeccata: a noi Carrie Mathison mancherà davvero parecchio!

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