In seguito al fallito tentativo di porre fine al surriscaldamento globale, il mondo intero precipita in una glaciazione devastante, che rischia di porre fine alla vita sulla Terra. I pochi sopravvissuti si rifugiano sullo Snowpiercer, un lunghissimo treno a moto perpetuo, costruito dal visionario e misterioso magnate noto solo come Wilford.

Nazione: Stati Uniti
Anno: 2020
Episodi: 10
Piattaforma: Netflix
Genere: Fantascienza, drammatico
Ideatore: Graeme Manson
Attori:
Jennifer Connelly, Daveed Diggs, Katie McGuinness, Mickey Sumner, Susan Park

Caratterizzata da una lunga e travagliata gestazione, si è conclusa da poco in Italia (trasmessa in esclusiva da Netflix) Snowpiercer, la serie tratta da Le Transperceneige, fumetto francese del 1982 di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette (poi diventato una vera e propria saga, con nuovi episodi realizzati da altri autori, ambientati sia prima che dopo la storia originale) che nel 2013 aveva già ispirato l’omonimo film di Bong Joon-ho (qui in veste di produttore esecutivo). Pur avendo personaggi diversi, l’adattamento per la TV è stato concepito per essere in continuity con la pellicola, tanto che gli avvenimenti raccontati in esso sarebbero da collocare otto anni prima rispetto a quelli visti su grande schermo. Ciò nonostante, i continui richiami alle tematiche già affrontate nel lungometraggio di sette anni fa, fanno sembrare la nuova produzione più una sorta di remake che qualcosa di veramente nuovo, anche se c’è da tenere in considerazione il limitato spazio di manovra su cui serie televisiva e pellicola hanno potuto contare, dovendo necessariamente mantenere nel soggetto l’idea originale alla base del fumetto. Treno a parte, infatti, che rappresenta una brillante variazione sul tema, l’opera di Lob e Rochette non fa altro che mettere in scena, in maniera estrema, l’inevitabile conflitto che da sempre si genera tra chi gode di privilegi intollerabili, e chi, invece, è costretto a vivere di stenti affinché i primi possano continuare a usufruire di quei privilegi. Una tematica impossibile da ignorare sia da parte degli autori del film che da quelli dello show televisivo, resa ancora più plateale dall’uso metaforico del convoglio ferroviario, in cui i ricchi occupano le carrozze di testa, dotate di quasi tutti i confort della vita reale, mentre i disperati patiscono fame e freddo, ammassati nell’ultimo vagone (in un treno lungo ben mille e una carrozza, come ci viene ricordato all’inizio di ogni episodio!). Tuttavia, forse a causa delle traversie produttive a cui abbiamo accennato all’inizio, la serie è letteralmente divisa in due tronconi, tenuti assieme in maniera molto labile e, soprattutto, molto differenti in termini qualitativi. Se, infatti, all’inizio si racconta di un convenzionale caso di omicidio, dove le tensioni tra le varie “classi sociali” risultano appena abbozzate e lo scenario post-apocalittico appare del tutto superfluo, dal quinto episodio in poi, non appena il personaggio di Melanie capisce che il suo segreto rischia seriamente di essere rivelato, la trama diventa improvvisamente interessante e la narrazione procede in un crescendo di suspense e tensione, che culmina nel ben congegnato colpo di scena finale. Inoltre, gran parte dei protagonisti (a esclusione di Andre Layton, che nonostante l’impegno di Daveed Diggs, è un character assolutamente privo di carisma) ne guadagnano in termini di spessore, a partire dalla già citata Melanie Cavill, una spanna sopra gli altri anche grazie all’ottima interpretazione di Jennifer Connelly. L’attrice americana, pur avendo diradato le sue apparizioni nelle produzioni hollywoodiane ad alto budget, non sembra aver smarrito il suo talento e proprio in virtù di quella recitazione misurata diventata, nel tempo, il suo marchio di fabbrica (e che, comunque, all’occorrenza non le impedisce di trasmettere anche forti emozioni), ci regala uno dei personaggi più riusciti di questa martoriata annata televisiva. Al fascino di Melanie contribuisce anche la sua evidente ambiguità, che la porta ad agire in maniera molto discutibile, anche se mossa dal sincero desiderio di veder sopravvivere ciò che resta dell’umanità (come non vedere in lei un’ulteriore metafora concepita dagli autori, a rappresentare i tanti leader che si arrogano il diritto di decidere per tutti, perché convinti di essere sempre nel giusto?).

Resta ora da capire se l’intrigante sviluppo, introdotto nelle ultime scene, sarà in grado di confermare le attese nella già annunciata seconda stagione, considerando che le magagne che la produzione deve ancora risolvere non sono poche: escluso qualche buon caratterista, per esempio, molti attori del cast di supporto offrono una prova piuttosto piatta, anche per colpa di una sceneggiatura pigra che dipinge alcuni personaggi in maniera eccessivamente stereotipata (i ricchi snob e assolutamente contrari a condividere i beni del treno con tutti i passeggeri, la ragazza viziata e annoiata, che combatte la monotonia commettendo dei crimini). Pure sulle scenografie occorre lavorare parecchio, perché se la “sezione notturna” riesce a essere un verosimile e colorato bazaar dei vizi e delle debolezze umane, il “fondo”, viceversa, non trasmette quella sensazione claustrofobica che sarebbe logico aspettarsi da un ambiente così buio e angusto.

Come detto, però, le premesse per un buon risultato ci sono. Sta ora agli autori fare in modo che non vadano sprecate.

VOTO FILMANTROPO:


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